Il Rubino di Sangue: un racconto di Alessandro Chiusi
Questo racconto fa parte della seconda call di Chiacchiere d’Inchiostro, un progetto pensato per dare spazio e visibilità alle voci degli autori emergenti. Per sapere come funziona e come partecipare al progetto, vi rimandiamo all’articolo di presentazione. Numerose dicerie aleggiano attorno alla persona del signor O. Alcune sono pure invenzioni, molte si basano sulla realtà, tutte suonano incredibili ed esotiche. Ultimamente, ne sono giunte alle mie orecchie alcune veramente disdicevoli e scandalose, che intendo confutare. Ho infatti avuto la fortuna, derivante come spesso accade da una terribile sventura, di conoscerlo di persona, e ne ho osservato da vicino metodi e carattere. Un privilegio che poche persone possono vantare, o forse un travaglio inflitto a poche sventurate anime che comunque intendo sfruttare al meglio, per il meglio. O almeno tentarci, perché mentre scrivo queste memorie, la mia penna è appesantita dall’incertezza, dal dubbio che la loro pubblicazione possa cagionare più danno che sollievo al signor O. Per questo ho deciso di affidarle a voi. Il vostro giornale ha sempre dimostrato un’integrità e una discrezione senza pari, superata forse solo dalla sensibilità nel selezionare il materiale. Suonerà oramai banale e stantio ma non posso non ripetere un’ennesima volta come il regno intero, e forse perfino il mondo stesso, vi sia debitore per come avete gestito la vicenda dell’Assassino Purpureo. Se c’è qualcuno in grado di giudicare il peso di una storia e le onde che essa produrrà nel lago dell’esistenza, siete voi. Ma adesso la finirò con le amenità e alla storia passerò, a voi decidere se degna sarà d’un posto tra le Verità. Il momento in cui ebbe inizio la mia sventura potrebbe forse essere ricondotto all’istante stesso della mia nascita. Per facilitare l’esposizione però, userò come punto di partenza una piacevole mattina di maggio, nella quale una lettera giunse sulla mia scrivania. L’anno esatto, così come il luogo, preferisco non rivelare. Non per vergogna o timore di ripercussioni -che grazie anche al signor O., non più turbano i miei pensieri- ma per rispetto verso altre persone la cui vita non desidero rovinare. Il mio nome anche non è importante o, come ebbe a dirmi un giorno un buffo viandante, è troppo importante per essere blaterato così a caso e lo terrò quindi per me. Dicevo di una lettera. Essa non portava mittente né timbro postale. Il mio cognome, però, vi era apposto con inchiostro violetto ed eccellente grafia, perciò non gli diedi troppa importanza, e la sistemai nella tradizionale pila di corrispondenza. I nostri clienti infatti sono molto discreti, e più anonima è una missiva, più prestigioso è il mittente. Fino ad arrivare alla corona stessa, le cui buste non son che semplici quadrati di pergamena vellutata con un sigillo imperiale d’una ceralacca sottilissima e quasi invisibile. Passò quindi quasi una settimana prima che trovassi il tempo di aprirla. E di maledirmi per non averlo fatto prima. O forse per averlo fatto del tutto. Ovviamente non ne riporterò il contenuto esatto, ma un suo sunto. Un anonimo gentiluomo, il cui interesse sosteneva essere il bene superiore del regno -ah, la serpe!-, affermava di possedere numerose e incontrovertibili prove di certi eventi a dir poco scandalosi che avrebbero macchiato per sempre il buon nome mio e dei miei dipendenti. Materiali che, diceva, sarebbe stato spiacevole se fossero caduti nelle mani sbagliate. A voi può sembrare una minaccia di poco conto, facilmente trascurabile. E nella maggior parte dei casi avreste ragione, ma non in questo. Vedete, la mia impresa si occupa di gemme preziose. Curiamo ogni passo che una pietra compie da quando nasce dal ventre della terra a quando finalmente trova il suo posto in un diadema reale, o nella mitra di un papa. Il nostro è un lavoro delicato, e i nostri clienti lo sono ancor di più. La corona non può tollerare che gli artigiani cui commissiona i suoi gioielli abbiano una reputazione meno che immacolata e uno scandalo significherebbe, finanziariamente e socialmente perlomeno, morte certa. È facile immaginare quanto feroce sia la competizione quando le commesse sono così sostanziose, ed è da quando mio padre è venuto a mancare che innumerevoli sedicenti gioiellieri, indegni d’esser chiamati perfino tagliapietre, hanno iniziato a girarmi attorno come avvoltoi, in attesa della più piccola opportunità per acquisire o rovinare la mia impresa. Il mio animo, quindi, era già turbato dalla prospettiva di dovermi difendere ancora una volta, e continuando la lettura non fece che sprofondare ancor di più nell’abisso della disperazione. Per certificare la bontà delle sue minacce, l’anonimo ricattatore scendeva nei dettagli. Luoghi, momenti, perfino il nome della mia segretaria e assistente, che chiamerò signorina E., verso la quale il ricattatore mi accusava di avere un attaccamento romantico. Ora, dopo aver attraversato l’ordalia, non mi trattengo dall’affermare con vigore che non un semplice attaccamento mi lega alla signorina E., ma vero e proprio amore, profondo e non dissimile da quello cantato sui palcoscenici e sotto i salici nelle notti stellate che profuman di gelsomino, parimenti nobile e forte. Ma in quel momento, il colpo fu terribile. Sentii una la nausea salire, mentre mi immaginavo sulla strada, senza un soldo. Come stoccata finale, il ricattatore aveva allegato un piccolo rettangolino dai bordi a zig-zag. Una fotografia. Sgranata e sfocata, era comunque di buona qualità, e ritraeva me e la signorina E., in atteggiamenti lascivi. Non faccio mistero del fatto che l’impatto fu talmente improvviso e violento che persi conoscenza lì per lì. Rinvenni dopo qualche tempo, col naso dolorante e un solco rosso scavato sullo zigomo dagli occhiali. Accasciandomi sulla scrivania avevo urtato il calamaio, ma senza rovesciarlo, e l’inchiostro non aveva rovinato la lettera che ancora aveva del dolore da infliggermi. Mi feci coraggio, e continuai. L’anonimo ricattatore mi sconsigliava di tentare gesti inconsulti, come allontanare la signorina E., dietro minaccia di divulgare immediatamente il materiale. Come un buon torturatore, però, offriva alla sua vittima un bagliore di speranza, dopo aver estinto ogni luce. Capii subito che avrei accettato qualunque condizione, e in cuor mio seppi che il mio destino era segnato. Mi sconfortai, e mi abbandonai a singhiozzare col viso fra le braccia. Fu la signorina E. a riscuotermi dalla mia mestizia. Mi confortò e tranquillizzò, aspettando che ritrovassi un minimo contegno, per chiedere la causa di tanto dispiacere. Le mostrai la lettera, e pur col respiro pesante e un’espressione tombale sul viso, concordò sulla necessità di sottostare alle richieste dell’estorsore. Non tanto per il nostro benessere, quanto per quello di tutte le persone che lavorano per noi o con noi, e che sarebbero parimenti finite in disgrazia. Con la morte nel cuore continuammo la lettura, trovando le istruzioni per stipulare un accordo col ricattatore. Avremmo dovuto recarci in un parco vicino, e cercare una vecchia bibbia sotto una specifica panchina. Lì avremmo trovato ulteriori indicazioni. Un nuovo tuffo al cuore mi colpì quando lessi che il ricattatore indicava la sera stessa, ovvero parecchi giorni prima, come momento dello scambio. Decidemmo di tentare lo stesso, dopotutto la panchina era leggermente fuori mano, e in men che non si dica io e la signorina E. sistemammo gli ultimi affari della giornata e ci recammo al parco. La panchina indicata si trovava sulle sponde di un grazioso laghetto, e fu con un certo disappunto che scorsi un uomo che la occupava. Il disappunto si trasformò in confusione e paura, quando vidi che leggeva una piccola bibbia. La signorina E. avrebbe voluto assalirlo, nella possibilità che fosse il misterioso ricattatore, ma riuscii a mitigare la sua rabbia, e ci avvicinammo invece tranquillamente. L’uomo si rivelò essere uno straniero, che passava di lì e si era fermato un momento per riposarsi e ammirare il panorama. La signorina E., che non annoverava la pazienza tra i suoi pregi, saltò i convenevoli e chiese subito se poteva riavere indietro la sua bibbia, dimenticata nel pomeriggio. Lo straniero posò su di lei uno sguardo indecifrabile ma indubbiamente intenso, e per un momento temetti che la signorina E. gli saltasse davvero addosso. “Oh, ma certo, certo!” disse all’improvviso lo straniero, e consegnò il libercolo. Senza darmi il tempo di ribattere, o ringraziare, si alzò, si scusò, e si allontanò. Si voltò quando era già lontano, e disse qualcosa riguardo l’importanza di un segnalibro, ma non ci feci molto caso. L’importante era aver recuperato la bibbia, e con essa le prossime istruzioni del ricattatore. Tornammo alla mia tenuta, e tra le prime pagine della bibbia trovammo un biglietto da visita con la dicitura “O. & L. : detective con discrezione”. A quel tempo le gesta del signor O. erano già famose, e non c’era ragione per la quale il ricattatore avrebbe dovuto usare il suo biglietto da visita come messaggio. Lo mettemmo da parte e riprendemmo la ricerca. E infatti, più avanti, tra due pagine del primo capitolo della lettera ai romani, trovammo una velina piegata più volte, che riportava le istruzioni del criminale. Egli si compiaceva della nostra ragionevolezza -il vile!-, e scopriva finalmente le sue carte. Aveva sigillato in un plico le fotografie e le testimonianze compromettenti. Plico che aveva affidato ad un famoso notaio assieme a precise istruzioni. Questi l’avrebbe scambiato unicamente con un preciso oggetto e, se nessuno avesse fatto lo scambio entro tre settimane, l’avrebbe restituito al proprietario iniziale, il ricattatore, che lo avrebbe a quel punto divulgato. Sulle prime, io e la signorina E. tirammo un sospiro di sollievo, perché ci parve una semplice estorsione. Ma tale respiro si spezzò quando leggemmo dell’oggetto da consegnare in cambio del plico: il Rubino di Sangue. Una gemma di estrema bellezza, dai riflessi divini e con un gamut cromatico al pari di un tramonto africano. Una gemma senza prezzo che, purtroppo, apparteneva ad un mio concorrente, il signor B. Trattare gemme senza prezzo era però il mio mestiere e sapevo che tutto, alla fine, un prezzo lo ha. La notte stessa scrissi una lettera al signor B., per intavolare uno scambio. Contavo di poter fare affidamento sull’avidità del signor B., ma ricevetti un sarcastico rifiuto. Ritentai senza perdermi d’animo e di nuovo ricevetti una risposta negativa. Intessei una fitta corrispondenza, carica di offerte sempre più alte e implausibili, fino ad arrivare perfino alle suppliche. Ma nulla riuscì a scalfire il cuore di pietra del signor B. Quando giunse la sua ultima, definitiva lettera, ero ormai un relitto. Diceva “La risposta è no, no e ancora no. Se volete ammirare il rubino, recatevi alla mostra gemmologica. Il biglietto costa due scellini, ne allego quattro, così potrete usare il vostro tempo in un modo più proficuo dell’importunare i colleghi. Non aprirò vostre ulteriori missive.”, e la sua lettura mi lasciò in uno stato quasi catatonico, con solo la signorina E. a farmi da supporto, da faro nell’oscurità. Fu lei che, esaminando ancora una volta la bibbia, suggerì di contattare il signor O. Sentivo di aver esaurito tutte le opzioni, e accettai senza troppa convinzione, con la flebile speranza che il detective riuscisse almeno a rivelare l’identità del ricattatore, su cui poi avrei fatto ricadere la mia personale giustizia. Il signor O. accettò l’ingaggio, e andai di persona ad accoglierlo alla stazione. La sua fama, e la sua eccentricità, gli avevano riservato un intero vagone, e fu con mani sudate e tremanti che mi ritrovai davanti alla porta, in attesa che il miglior investigatore del regno ne emergesse. Quando questa si aprì però, non mi trovai davanti il signor O., ma una donna. Di bell’aspetto e con lo sguardo sveglio, mi sorrise, e si presentò come l’assistente del signor O. In questa sede la chiamerò quindi signorina A. Le sue maniere si dimostrarono impeccabili ma sbrigative, e iniziò subito a pormi ogni genere di domanda. Sopportai per svariati minuti quella bordata di interrogativi, e finalmente il signor O. emerse dal treno. Era un uomo per certi versi attraente. Di corporatura solida ma non incombente, il suo viso portava un cipiglio perenne, e prima ancora di abbandonare la scaletta il suo sguardo corse tutto intorno come alla ricerca di qualcosa, o qualcuno. Se le maniere della signorina A. erano state sbrigative, le sue furono fulminee. Chiese semplicemente il mio nome, mi strinse la mano senza esitare, ed espresse il suo genuino dispiacere per la poco invidiabile situazione in cui versavo. Poi gettò uno sguardo oltre le mie spalle, si scusò, e marciò in cerca dell’assistente, che si era volatilizzata. La trovammo che chiacchierava amabilmente con un trasportatore, all’uscita merci della stazione. Il signor O. scosse la testa, e mi chiese se conoscevo una locanda con buona birra e clientela abbastanza rumorosa da poter parlare tranquillamente. Risposi che non ce ne sarebbe stato bisogno, poiché sarebbe ovviamente stato mio ospite. Il signor O. annuì, ma insistette perché fosse estesa la stessa cortesia anche alla sua assistente. Accettai senza riserve, il signor O. mi fece segno di far strada, e ci lasciammo alle spalle stazione e assistente. Nel tragitto verso la mia tenuta ebbi modo di conversare col signor O., che si dimostrò un gentiluomo ammodo, beneducato anche se un po’ burbero, con un’aria inquisitiva da poliziotto e delle mani forti ma segnate da numerose cicatrici. Forse non avrebbe risolto il mio problema, ma in qualche maniera mi sentii più al sicuro con lui al mio fianco. Il signor O. volle esaminare le lettere del ricattatore la sera stessa. Non interruppe il suo lavoro nemmeno per la cena, e così ci ritrovammo a discutere di ricatti e rubini attorno al tavolo. Io, la signorina E., il signor O., e la signorina A. Quest’ultima invitata sotto espressa e imprescindibile richiesta del signor O. “L’intelletto lavora meglio in un ambiente libero da distrazioni” rispose quando gli chiesi il motivo di tanto riguardo. “E se dovessi mantenere il ricordo di tutti i casi, le procedure e le nozioni, la mia mente sarebbe un bazaar terribilmente disordinato e non concluderei nulla. La signorina A. si occupa di appuntare, archiviare e ritrovare tutte le informazioni necessarie. Il suo ruolo è assolutamente essenziale.” Aveva detto quelle parole con convinzione e, anche se genuine, suonarono come se non gli appartenessero. Inoltre, avevo scorto i due scambiarsi certi sguardi d’intesa, e iniziavo a nutrire il sospetto che la signorina A. potesse essere per il signor O. quello che la signorina E. era per me. Ma non domandai oltre. Durante la cena il signor O. rimase chiuso in un silenzio quasi completo, impegnato in qualche complicata riflessione, mentre la signorina A., domandava i più disparati dettagli. Come era stata piegata la velina, che giorno era arrivata la lettera, da quanto tempo il rubino era in possesso del signor B. Più la situazione veniva sviscerata più il cipiglio del signor O. si faceva profondo, finché, d’improvviso, decretò conclusa la giornata e augurò la buonanotte. Ci ritirammo nelle rispettive stanze e dormii un sonno turbolento, ma con un briciolo di speranza. I giorni seguenti passarono senza eventi degni di nota, ad eccezione della costante curiosità della signorina A., che non faceva che ficcanasare in giro e socializzare con la servitù. Quando arrivarono a mancare appena tre giorni alla scadenza, il signor O. comunicò che aveva terminato la gestazione del suo piano, e che rimaneva solamente da metterlo in atto. Con gran sollievo ne chiesi i dettagli, ma lui preferì aspettare il pranzo per discuterne. Non credo di aver mai fissato con così tanto ardore la lancetta di un orologio come quella mattina, supplicandola di avanzare più velocemente. Forse, se avessi saputo cosa mi aspettava, avrei placato la mia apprensione. Quando finalmente ci ritrovammo nuovamente tutti attorno al tavolo, e i piatti furono riempiti e i servitori allontanati, incalzai il signor O. Lui annuì, e fece un gesto verso la sua assistente. La signorina A. posò il cucchiaio, si passò delicatamente il tovagliolo sulle labbra, sorrise, e disse con disarmante naturalezza “stanotte, ruberemo il rubino di sangue dall’esposizione gemmologica”. Io rimasi di stucco, mentre alla signorina E. cadde la posata di mano. Il signor O., impassibile, prese un sorso dal suo calice e rispose al mio sguardo inorridito con un cenno di assenso, come se la sua assistente avesse appena proposto una gita in barca. Balbettai qualche protesta, che signor O. abbatté subito. “Non c’è altra soluzione. Il notaio è incorruttibile e anche trafugare il plico, ammesso che sia possibile farlo, la farebbe passare dalla parte del torto. Mentre un furto non la implicherà.” Feci notare che ovviamente il furto mi avrebbe implicato, soprattutto dopo i miei carteggi con il signor B., e arrivai a un soffio dall’insultare il signor O. Ma lui incassò impassibile le mie critiche. Disse che le trovava condivisibili e che tuttavia in quel momento avrei dovuto avere fiducia nel piano. Quindi scambiò uno sguardo con la sua assistente, e aggiunse che si era preso la libertà di avvisare alcuni uomini di fiducia perché si tenessero pronti, e mi disse i loro nomi. Li conoscevo, erano malviventi che pagavo per tenerli impegnati ed evitare che li assoldasse qualche concorrente. La signorina A. si intromise prima che potessi aprir bocca, e disse che non dovevo temere. Secondo lei avevo coperto bene le mie tracce, e solo grazie al fiuto del signor O. erano stati scovati. Tentai qualche altra obiezione, ma la mia volontà si faceva sempre più flebile. Il signor O. aveva ragione, e anche se non l’avesse avuta, non rimaneva più tempo. Avevo scelto un calice, e avrei dovuto berlo fino alla sua amara e tragica fine. Gettai quindi la spugna, e mi misi ancora una volta a sua disposizione. “È sufficiente che scriviate una lettera” disse la signorina A. “Per il signor B.” Il signor O. borbottò qualcosa riguardo i malviventi e scomparve, mentre io mi dedicai alla stesura della missiva, sotto lo sguardo vigile della signorina A. Non mi furono risparmiate critiche e correzioni, ma infine si dichiarò soddisfatta, e rilessi un’ultima volta il messaggio. In un tono a mio dire troppo poco supplichevole, invitavo il signor B. a recarsi nella mia tenuta dopo cena, per un sigaro e uno sherry e una discussione estremamente lucrativa. Ventilavo infatti la possibilità di cedere la mia intera attività, cosa che anche nel mio … Leggi tutto Il Rubino di Sangue: un racconto di Alessandro Chiusi
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