Era stata la madre di Lorenzo a regalarle la pianta: “un dono per propiziare il nuovo inizio” aveva detto con quella sua abituale cerimoniosità che le dava ai nervi. Che tra loro non corresse buon sangue era cosa nota, eppure la donna si sforzava di mostrarsi sempre gentile e sorridente con lei.
“Per rimarcare che sono io quella poco disponibile” pensò Agata guardando con una punta d’astio la pianta che occupava buona parte del balcone. Era sicura che la futura suocera avesse scelto apposta la più ingombrante. Doveva essere una sorta di cactus, con le foglie succulente irte di sottili aculei. Il vaso era tanto largo che Agata era costretta a schiacciarsi sullo stretto parapetto in metallo per godersi un po’ di aria fresca. Poteva solo sperare che Lorenzo si dimenticasse presto della pianta, com’era già accaduto con molti oggetti che aveva insistito per comprare e con i quali aveva saturato ogni angolo del minuscolo appartamento. Quella settimana, Agata aveva azzardato un esperimento e fatto sparire un grosso candelabro in ottone che Lorenzo aveva disposto davanti ai suoi preziosi manuali di architettura e ancora non erano arrivate proteste.
«Tu sarai la prossima» disse, rivolta allo strano cactus. Che poi, a lei le piante piacevano, quello che non sopportava erano le continue ingerenze della futura suocera, che aveva preteso di avere voce in capitolo su ogni scelta per la casa; così come la remissività del suo futuro marito, che aveva permesso alla madre di acquisire sempre più spazio nella loro nuova vita.
Agata sbadigliò e allungò la schiena al sole, sentendosi una pigra gatta al risveglio. Ecco cosa avrebbe migliorato davvero la casa: un gatto. Peccato che Lorenzo fosse allergico e che quello fosse uno dei tanti desideri che aveva dovuto accantonare. Insieme al sogno di una bella villetta in periferia, al posto del claustrofobico e rumoroso appartamento in zona Santa Maria.
“Da qui Leo arriva al suo studio in pochi minuti!” aveva cinguettato entusiasta la madre di lui, ripetendo il ritornello che il figlio aveva propinato alla fidanzata per tutti i mesi precedenti. “D’altronde, tu sei così fortunata a lavorare a casa, ti cambia poco” era stata la conclusione di entrambi.
Sporgendosi sul vicolo puzzolente, Agata sospirò. A lei, a dirla tutta, cambiava eccome non avere un giardino nel quale passeggiare durante le pause, ma questo evidentemente non contava.
Con un altro sbadiglio, salutò il tiepido sole primaverile e si rassegnò a tornare al suo computer. Nonostante la cautela nel destreggiarsi nel poco spazio, la maglia le si impigliò al cactus e qualche spina perforò la stoffa, pizzicandole la pelle del polso. Un istintivo «ahi» le sfuggì dalle labbra, ma poi le dispiacque più per la maglia che per sé.
Solo una volta seduta davanti allo schermo si rese conto che le spine avevano lasciato tre piccoli punti rossi intorno alle vene sottili e sempre in evidenza. Aveva preso da sua madre sia la carnagione chiara – cadaverica, come la definiva scherzosamente Lorenzo – sia le vene in rilievo. Al vederle, le tornò alla mente il sorriso dolce di sua madre e una fitta di nostalgia la invase. Erano mesi che non tornava a casa: l’acquisto dell’appartamento e il trasloco avevano assorbito ogni momento libero, e il lavoro aveva fatto il resto. Le mancava la Sardegna, le mancavano le passeggiate al mare e gli spazi ampi e soleggiati di casa sua. Prima di mettere le cuffie e rientrare in chiamata, si ripromise di telefonare al padre per proporgli di andarlo a trovare presto, e per sapere come se la stesse cavando ora che la sua vita si era fatta tanto solitaria.
Al suo rientro a casa, Lorenzo sfoggiava un sorriso mesto.
«Cosa facciamo per cena?» chiese irrompendo nello studio di Agata.
Lei aveva chiuso l’ultima chiamata appena qualche minuto prima e la sua mente stava ancora lottando per arginare il flusso di sovra-informazioni della giornata.
«Non ne ho idea» gli rispose, strappandogli il solito sbuffo. Lorenzo si fregiava di essere un uomo moderno, ma gli veniva comunque istintivo pensare che dovesse essere lei a occuparsi della cena, soprattutto ora che lavorava da casa.
Per rimarcare la sua posizione, Agata sbadigliò e si stiracchiò.
«Ordino due pizze? Le solite?» si rassegnò Lorenzo e lei si limitò ad annuire.
Sentiva la testa pulsare più del solito, gli occhi bruciare come se avesse fissato per troppo tempo il sole e non uno schermo a luminosità ridotta al minimo. Allontanò la sedia dalla scrivania e si alzò per sgranchirsi le gambe. «Tutto bene a lavoro?» chiese, conciliante.
Lorenzo, distratto dalle operazioni necessarie a ordinare le pizze dal cellulare, mosse appena la testa in un cenno d’assenso. Solo una volta terminato la guardò, di nuovo con quel sorriso un po’ tirato. «Mamma vorrebbe venirci a trovare questo fine settimana.»
Agata storse le labbra ma riuscì a trattenere gli improperi che premevano per uscire.
«E la nostra gita al mirteto?»
«Rimandiamo alla prossima settimana» disse Lorenzo. «Tanto il monte non scappa.»
Capitolo chiuso, almeno per lui. Lorenzo lasciò la stanza aggiungendo solo: «La pizza arriva alle otto» e Agata si trovò a fissare la porta aperta dalla quale era uscito, ingoiando il fastidio per quell’ennesima intrusione della madre di lui. Erano settimane che parlavano della passeggiata sul Monte Serra, settimane che attendeva di potersi godere il sole e una bella passeggiata rinvigorente. Chissà quando sarebbe capitato di nuovo un fine settimana di bel tempo: la primavera a Pisa era sempre imprevedibile.
Tornò al computer con in bocca l’acre sapore del rammarico con il quale ormai stava imparando a convivere. Cercò la sua playlist serale e la mise in play dall’impianto, lo studio si saturò delle sontuose note della Patetica e lei si lasciò annegare nella musica per dimenticare la delusione, il mal di testa e il senso di vuoto che da giorni si portava dentro.
Quella notte dormì male. Sognò il mirteto ma, al posto del mirto, ogni pianta intorno a lei aveva le sembianze del cactus regalatole dalla madre di Lorenzo. Camminava a occhi sbarrati tra i vasi, domandandosi come fossero arrivati lì, chi le avesse fatto l’orribile scherzo di tappezzare il monte con delle discutibili piante grasse. Quando sollevava la testa verso il cielo, il sole era nascosto da una spessa coltre di nubi. Un vento gelido spirava intorno a lei, tanto forte da scuotere le spine delle piante. Agata faceva di tutto per destreggiarsi tra i vasi, ma il sentiero che percorreva si faceva sempre più stretto e finiva per essere punta, ogni ferita sanguinava e doleva come se la pelle fosse stata trafitta da frecce. Nel sogno urlava, ma il suo grido moriva dentro il sibilo del vento che le rimbombava nelle orecchie.
Al risveglio, i dettagli del sogno erano sfumati ma quel grido le ronzava ancora nella testa mentre sorseggiava il caffè davanti alla finestra, dalla quale riusciva appena a intravedere uno spicchio di cielo. La casa era silenziosa, Lorenzo si era alzato molto prima di lei e, come ormai accadeva sempre più spesso, non l’aveva svegliata per darle il buon giorno. “Non voglio disturbarti” le aveva detto qualche settimana prima, quando lei glielo aveva fatto notare. Ormai era passato del tempo da quella discussione e Agata si stava abituando anche a quella mancanza.
Quel mattino però, forse a causa del sogno, sentì che essere sola nell’appartamento non le piaceva, si sentiva in trappola. La pelle pizzicava, là dove il cactus l’aveva punta il giorno prima. Sollevando il pigiama, Agata scoprì i punti rossi provocati dalle spine: si erano ingrossati, abbastanza da sembrare dei brufoli irritati.
“Strano” pensò, abbassando la maglia. Se avessero continuato a infiammarsi, avrebbe dovuto farsi vedere da un medico. Le venne spontaneo immaginare che il sogno fosse una risposta del suo corpo all’infiammazione. “Magari la pianta era velenosa” pensò. Poteva anche essere, visto da chi proveniva.
Con lentezza si incamminò verso lo studio, quattro anguste pareti che aveva cercato di rendere accoglienti con qualche poster e le casse, le sue migliori amiche nelle infinite giornate di lavoro. Prima di iniziare a lavorare fece partire un’altra playlist, quella dedicata alle mattine uggiose e di scarsa motivazione.
Il mal di testa della sera prima era passato, ma il ronzio del sogno era ancora lì e si fuse alle sonorità lo fi che si diffondevano per la stanza. Invece che sedersi, Agata ondeggiò qualche minuto per la stanza, per lasciare che la tensione fluisse fuori dal suo corpo. Solitamente quel rituale funzionava, ma quella mattina il suo corpo rimase teso, quasi avvertisse una minaccia che lei non era ancora in grado di percepire.
Il polso le prudeva e Agata finì per grattare le ferite, consapevole che così facendo avrebbe solo peggiorato la situazione. Le venne sete e si premurò di portare una bottiglia accanto allo schermo, ma ne bevve più di metà prima di appoggiarla. Quando si sentì pronta, abbassò la musica e aprì il codice rimasto in sospeso dalla sera precedente.
Non sapeva con esattezza in quale momento della sua esistenza avesse deciso di fare la programmatrice. Forse non l’aveva mai deciso davvero, forse la sua vita aveva preso quella piega senza che lei ne fosse del tutto consapevole. Un momento prima era una neo-laureata in discipline umanistiche con un bagaglio di conoscenze e desideri, quello dopo si riciclava come programmatrice perché il mercato, o almeno così le pareva, non offriva nulla di meglio per una come lei.
A quell’epoca frequentava già Lorenzo e invidiava la sicurezza con la quale il compagno percorreva la sua esistenza di architetto: Lorenzo sapeva quello che sarebbe diventato già da giovanissimo; complice la madre, senza dubbio, che aveva tracciato quel sentiero per lui affinché seguisse le sue orme.
Agata sollevò lo sguardo al soffitto e percorse le delicate linee dell’affresco che decorava ogni stanza del loro minuscolo appartamento: “è questo il vero valore aggiunto” aveva detto la madre di Lorenzo quando avevano visitato l’appartamento, “gioielli come questo non se ne trovano più, non a questo prezzo”. Storse le labbra: a lei dell’affresco importava davvero poco, così come del fatto che il palazzo risalisse a non sapeva bene quale epoca. La verità era che lei e Lorenzo stavano stretti, in quei sessanta metri quadri scarsi, e lui le faceva pesare di essersi presa l’unica stanza libera della casa per farne il suo studio.
Con lo sguardo ancora rivolto al soffitto, Agata avvertì una tremenda sensazione di claustrofobia: oltre quello strato di intonaco decorato si estendevano numerosi altri appartamenti, uno dopo l’altro, piccole capsule di esistenze costipate in troppo poco spazio. Il cielo, lontano miraggio in cima al palazzo, le appariva irraggiungibile.
Per contenere il senso di angoscia che le premeva nel petto, Agata tornò al codice: un tempo odiato, era diventato il suo porto sicuro, l’unica cosa che era in grado di controllare nella sua vita sempre più caotica e inafferrabile. Quel mattino, però, i comandi si accavallavano uno sull’altro, le righe danzavano sullo schermo rendendole impossibile identificarle. “Cosa mi sta succedendo?” pensò, scuotendo la testa con fastidio.
La sete le attanagliava di nuovo la gola quindi bevve tutto d’un fiato l’acqua rimasta e fu costretta ad alzarsi per riempirla. Il senso di angoscia non accennava a diminuire. Alzò di nuovo la musica e provò a farsi cullare dalle sonorità familiari, ma non ebbero alcun effetto.
Dopo qualche minuto passato a fissare del codice privo di senso, emise uno sbuffo stizzito e si alzò per andare al balconcino, l’unico della casa. Spalancò la porta finestra e l’aria pungente entrò nella stanza. Si sentì subito meglio, ma poi le cadde lo sguardo sulla pianta e la lietezza svanì all’improvviso.
«È colpa tua» disse in maniera irragionevole alla pianta, ma quella non si turbò particolarmente.
Il polso, però, riprese a prudere e quando alzò la manica vide che i puntini sanguinavano, sottili diramazioni scure che si fondevano alle vene e sembravano sparirvi dentro. Le osservò con crescente angoscia, chiedendosi se il malessere che avvertiva dipendesse in qualche modo dalle punture. Eppure, in piedi davanti alla porta finestra spalancata, con l’aria fresca che le muoveva i capelli, non le sembrava di stare tanto male. Uscì in balcone e, facendo attenzione a non sfiorare il cactus, si allungò fino a raggiungere il parapetto. Guardò giù, verso il vicolo trafficato di giovani studenti, cercando uno spicchio di sole con lo sguardo. Lo trovò all’incrocio della strada e avvertì il forte bisogno di lasciarsi cadere e correre in quella direzione. La parte razionale di lei ricordò che si trovava al secondo piano, il netto “bip” di un messaggio al computer la riportò definitivamente alla realtà.
Lasciò la porta finestra aperta e tornò allo schermo ma, anche se riuscì con fatica a concentrarsi sul suo lavoro, la voglia di mollare tutto e correre verso il sole rimase a tenerle compagnia per tutto il tempo.
Solo all’ora di pranzo realizzò che la bottiglia era di nuovo vuota. Ricordava vagamente di essersi alzata a riempirla ma non quante volte. Non aveva fame, cosa strana a quell’ora e dopo una mattinata di logorante programmazione. Si alzò comunque e tornò in cucina, forzandosi a mangiare qualcosa. Conosceva abbastanza il suo corpo da sapere che se non avesse mangiato in quel momento, gliene avrebbe chiesto il conto alla fine della giornata. Valutò di cuocere una fettina, ma poi scartò l’idea e optò per un’insalata veloce, mettendo dentro quello che pescava distrattamente dal frigo. Mangiò in piedi, lo sguardo sempre rivolto alla finestra, sperando di intravedere un raggio di sole tra i palazzi. Odiava quella schiera di scheletri medievali, odiava le tonalità sporche che li ammantavano. Non riusciva a vedere il fascino che aveva fatto esaltare Lorenzo e la madre quando avevano trovato l’annuncio della casa. Per lei erano solo vecchi palazzi maltenuti, adatti agli studenti che erano stati, non alle persone adulte che stavano diventando.
Sciacquò i piatti e avvertì un brivido di piacere quando le mani si immersero nell’acqua calda, poi decise di assecondare l’istinto e di scendere in strada per cercare uno spicchio di sole. Sentiva freddo, quindi indossò un maglione avvolgente e il cappotto, ma quando arrivò all’incrocio assolato smise di aver bisogno di entrambi.
Alzò il viso al sole e sentì la tensione sciogliersi come per incanto.
“Non siamo fatti per stare chiusi nelle case” pensò istintivamente. “Siamo fatti per questo, per l’aria e il sole, e la bellezza di farsi avvolgere da un raggio caldo”.
Il naso rivolto al cielo, gli occhi socchiusi, percepì in maniera sfocata gli sbuffi delle persone che le camminavano intorno e che erano costrette a deviare il loro percorso per non venirle addosso. Le percepì ma riuscì a tagliarle fuori dalla conspavolezza, concentrandosi unicamente sul sole che le scaldava la pelle, le scioglieva i muscoli, le addolciva l’anima.
Non seppe dire quanto rimase così, ferma in piedi al centro di un incrocio, ma fu per tutto il tempo in cui quel raggio di sole riuscì a farsi largo tra i palazzi. Quando venne inghiottito dietro i balconi, sul vicolo precipitò il freddo e Agata lo sentì risalire lungo le ossa e attanagliarle lo stomaco.
“Devo avere la febbre” realizzò. “Non è normale avere tutto questo freddo.”
Si mosse per tornare a casa ma a piccoli passi, per dilatare ancora il tempo e rimandare il momento in cui sarebbe dovuta tornare davanti allo schermo. Solo una volta nel suo studio si rese conto che erano passate quasi due ore da quando si era alzata per pranzare.
Accese la stufa, si infagottò in una coperta e tornò al codice lasciato incompleto ma non riuscì più ad acchiappare la concentrazione e il pomeriggio sfumò via dalla sue mani senza che riuscisse a concludere nulla.
Quella notte sognò di nuovo, in maniera ancor più vivida della precedente.
Era sempre nel mirteto ma ora le piante erano tornate al loro posto e un unico cactus occupava un vaso al centro del sentiero, circondato da altre specie dalle forme variegate. Raggi di sole frammentavano l’immagine, dividendo con nettezza zone di luce e zone d’ombra. Nelle prime, le piante crescevano rigogliose e i loro colori erano un tripudio che riscaldava il cuore. Nelle seconde, scheletri contorti levavano i loro rami al cielo, in cerca di nutrimento.
Agata camminò dentro una prima zona di sole, sentendo il corpo caldo, vitale e armonioso. Ma quando mosse un passo nella zona d’ombra fu come se la vita le venisse risucchiata via di colpo. Trattenne il fiato e tornò indietro, l’abbraccio del sole cancellò l’ansia che l’aveva ghermita.
Stese una mano nell’ombra e fu come se la pelle avvizzisse, diventando grigia e secca. La ritrasse e provò a muoverla, la sentì scricchiolare come cosa morta e piccoli frammenti di pelle caddero a terra, lasciandosi dietro cicatrici. Eppure la sentiva pulsare, percepiva che sotto quello strato secco c’era ancora vita.
“Cosa significa tutto questo?” pensò guardandosi intorno. “Cosa mi sta succedendo?”
Sentì, nitida, la sensazione che quello non fosse solo un sogno, che qualcosa dentro di lei stesse mutando. In quel momento il vento si alzò e il cielo venne oscurato dalle nuvole. La differenza tra luce e ombra svanì e spesse gocce di pioggia caddero sulle piante e su di lei. I rami secchi e contorti ricevettero l’acqua come un dono e su di essi sbocciarono piccole gemme d’un verde brillante. Alzando il braccio, Agata scorse le stesse gemme fiorire sulla sua pelle e ne rimase incantata.
Qualunque cosa le stesse accadendo, dentro e fuori da quel sogno, stava osservando qualcosa di meraviglioso manifestarsi dentro di lei. E non voleva che finisse.
Aprì gli occhi che era ancora notte. Il freddo era tornato ad attanagliarla, brividi spietati le percorrevano il corpo e le facevano battere i denti.
Lorenzo dormiva a un lato del letto, le coperte li dividevano come una coltre. Agata provò ad avvicinarsi a lui per riscaldarsi ma appena lo sfiorò lui rabbrividì e si ritrasse. Delusa, tornò sul suo lato e fissò il soffitto, macchiato dai riverberi dei lampioni della strada. Alzò il braccio in cerca delle gemme del suo sogno, ma erano scomparse. Anche i punti rossi sul suo polso se n’erano andati, la pelle era tornata al suo solito biancore.
Rabbrividì e si infilò più a fondo tra le coperte, ma non smise di tremare. Dopo qualche minuto di agonia si decise ad alzarsi e andare in cucina in cerca di qualcosa per far calare la febbre. Rimase in piedi davanti alla finestra aspettando che la pastiglia facesse effetto, sentendo distintamente il corpo scosso da tremori, le membra rigide per la malattia.
In un bagliore di lucidità si recò nello studio e mandò un messaggio al suo capo, avvisando che stava male e che non si sarebbe connessa il mattino dopo. Scrisse anche al suo medico descrivendo i sintomi e chiedendo un certificato, poi spense tutto e tornò a letto.
Di nuovo sotto le coperte, i tremori a poco a poco svanirono. Rimase però vivida la sensazione che qualcosa, dentro di lei, non stesse funzionando a dovere. Di rado si ammalava, soprattutto da quando usciva sempre meno a causa del lavoro. Quando accadeva, accettava la malattia come un’amica capace di distoglierla dalla fastidiosa routine del lavoro per qualche giorno, dandole qualcosa di diverso a cui pensare. Quel giorno, però, le sembrava che il suo corpo si stesse ribellando e non c’era nulla di amichevole in quella sensazione.
Scivolò in un sonno torbido e difficile, colmo di ombre che le mettevano angoscia. Prima di perdere del tutto la lucidità, però, vide distintamente il suo corpo ricoperto di boccioli e quell’immagine fu sufficiente per scacciare le tenebre.
Il mattino dopo trovò il letto fradicio del suo sudore. Lorenzo le aveva lasciato un messaggio sul comodino, poche righe scritte di fretta:
“Stasera non rientro a cena, ho un appuntamento di lavoro.”
Nessun riferimento al suo sonno tormentato, forse non se n’era neppure accorto.
Agata scese dal letto con uno sbuffo stizzito, sentendosi meglio della notte precedente. Tremava ancora, ma il freddo sembrava più che altro un ronzio di fondo. Si avvolse comunque dentro due strati di maglioni e andò in cucina, una lama di luce l’accolse e la scaldò come l’abbraccio del compagno che non aveva avuto al risveglio.
Dalla finestra riusciva a scorgere l’azzurro del cielo tra i palazzi, il sole le accarezzava il viso e scioglieva gli ultimi rimasugli dei tormenti della notte. La gola le pizzicava per la sete e di nuovo bevve tanto, finendo una bottiglia e riempiendola subito per bere ancora.
L’acqua ebbe lo stesso effetto del sole, la sentì muoversi dentro il corpo e placare i tremori della febbre. Guardò di nuovo verso il sole e realizzò di avere un’intera giornata a sua disposizione, una cosa che non le capitava da tanto tempo. Il giorno dopo sarebbe arrivata la madre di Lorenzo e il pensiero offuscò per un momento la sensazione di benessere. Ma durò poco e Agata tornò a guardare il sole sentendosi una bambina davanti a un parco giochi colmo di possibilità.
Decisa a godersi ogni istante di quella giornata sottratta al lavoro e alle responsabilità, prese una sedia e si sedette al sole, occhi chiusi per assorbire ogni istante. Il suo corpo reagì al sole formicolando di piacere e Agata ebbe la sensazione di riuscire a percepire ogni frammento di pelle sfiorata dai raggi come se questo vibrasse e danzasse.
Non seppe dire quanto rimase davanti a quella finestra, senza aver bisogno di nulla: non mangiò, non si alzò per andare in bagno, non si sgranchì le gambe. A un certo punto, il sole sparì dietro i palazzi e dalle labbra di Agata sfuggì un sospiro di dispiacere. Ma poi ricordò che di lì a poco sarebbe apparso nel balcone dello studio, quindi spostò la sedia nell’altra stanza e ne approfittò per rispondere ai bisogni del suo corpo. Non aveva fame, ma di nuovo si impose di mangiare qualcosa e spiluccò della lattuga direttamente dalla ciotola, senza condimento. Non aveva più freddo, i maglioni giacevano abbandonati per terra. In compenso, sentiva la mente fremere e ronzare come un vespaio.
Pensava alla sua vita, al suo lavoro, alla sua relazione. Erano mesi che non le capitava di avere tanto tempo per sé, persino i fine settimana erano piegati alla logica del lavoro ed erano diventati dei momenti da “usare per rafforzare il legame di coppia con Lorenzo”: gite fuori porta, film che piacevano solo a uno dei due, spesso a lui perché Agata aveva smesso di proporre di vedere cose perché lui se ne lamentava sempre; passeggiate in città o nei musei, per sentirsi cittadini integrati almeno un giorno a settimana. Era più facile adeguarsi a quella routine che fermarsi e chiedersi che tipo di vita stessero vivendo.
In quel momento Agata lo fece e la risposta non le piacque per niente. Da quanto tempo non andava più a passeggiare al mare? A Lorenzo il mare non piaceva e non apprezzava nemmeno le passeggiate in montagna, che lei invece aveva sempre adorato, e accettava di seguirla solo in virtù di quella routine necessaria per stare insieme. Quando era stata l’ultima volta che Agata era salita sulle Apuane per osservare il mondo dall’alto?
Realizzare che aveva messo in pausa sé stessa per mesi, forse addirittura per anni, le causò una terribile sensazione di sconfitta. Con la ciotola ancora in mano, Agata si trovò a scrollare la testa più volte, come per scacciare la tristezza che la stava invadendo.
Abbandonò la lattuga rimasta sul tavolo e andò in balcone, ancora il sole non era riapparso e l’unica cosa su cui posare lo sguardo, oltre al palazzo scrostato davanti a lei, era il cactus che prosperava e si stiracchiava all’aria aperta. Quel mattino, però, invece che suscitarle un moto di fastidio le generò solo una grande invidia: anche lei voleva passare le giornate a stiracchiarsi aspettando il sole, perfino in un minuscolo balcone di città. Chissà se si sentiva costretto e soffocato, lì fuori, se anche lui avrebbe preferito spostarsi in montagna, o al mare, dove il vento soffiava per davvero e scuoteva la pelle e le spine.
Lo osservò con dolcezza, gli si sedette accanto senza temere di essere punta e attese con lui l’arrivo del sole. Ebbe la sensazione, nitida, che il cactus le parlasse, che le sussurrasse parole complici, amichevoli. Lei gli rispose descrivendogli la bellezza delle Apuane, il cielo terso e libero da ostacoli, l’aria che accarezzava dolcemente la pelle.
Lorenzo la trovò così, lo sguardo perso nei frammenti di tramonto in mezzo ai tetti, una mano posata sulla terra del vaso, a mormorare da sola.
«Stai bene?» le chiese, e lei si limitò a scrollare le spalle, senza voltarsi.
Spostò invece lo sguardo sul vaso e vide che il suo polso ospitava un minuscolo bocciolo, lì dove fino al giorno prima rosseggiavano le punture del cactus e ora gli ultimi raggi di sole disegnavano sagome dorate. Sorrise.
«Domani vado a passeggiare in montagna» disse e sentì distintamente il cactus accanto a lei esultare a una frequenza che solo loro due potevano percepire.
«Domani arriva mia madre» rispose Lorenzo, una nota di fastidio nella voce.
«Lo so» disse Agata. Guardò il cactus con affetto, prima di riprendere: «È per quello che vado. Porto la pianta con me, non so a che ora torneremo.» Si voltò una sola volta verso Lorenzo, sorrise d’un sorriso nuovo e bellissimo. «Tanto non avrai problemi a non aspettarmi sveglio.»



