Recensioni

Domenica Cinematografica #3

Quante volte a noi lettori capita, terminato un buon libro, di fiondarci a vedere il film, per poter prolungare l'esperienza in quel mondo fantastico che abbiamo appena abbandonato e scoprire come rende sullo schermo?
O viceversa, spesso ci capita di vedere un bel film, scoprire l'esistenza del libro e leggerlo per pura curiosità o per approfondire il mondo e la storia.
Ci sono volte in cui il film ci delude incredibilmente rispetto al libro, altre però, le migliori, scopriamo piccole perle che seppur un po' distanti dal nostro amato libro, riescono a regalarci due ore di emozioni intense quasi quanto quelle delle letture.

Ho deciso di aprire questa rubrica per condividere con voi le mie impressioni sui film letterari che ho visto o vedrò in futuro, per confrontare le nostre impressioni, consigliarvi quei film che riescono ad appassionarmi e ovviamente, sconsigliarvi quelli che mi deludono amaramente.
Non sono un'esperta di cinema (non che di letteratura possa vantare chissà quale esperienza), ma amo guardare film; non aspettatevi quindi una critica completa e tecnica ma piuttosto, un riepilogo delle sensazioni e dei dettagli che mi hanno colpita maggiormente.

Il film di cui vi parlo oggi è:

Il ponte delle spie


Buona domenica a tutti cari Chiacchieroni!
Nuova Domenica Letteraria, dopo The Martian della scorsa, ho avuto la possibilità di vedere un altro film letterario di recente uscita, di cui posso parlarvi in questa rubrica.
Due giorni fa infatti ho finalmente visto Il ponte delle spie, film che desideravo vedere dalla lettura del romanzo La verità sul caso Rudolf Abel (trovate qui la mia recensione al romanzo), resoconto delle vicende narrate anche nel film, scritto sotto forma di diario dallo stesso protagonista delle vicende.
Il film, come il romanzo, racconta la storia vera del caso giudiziario che ha coinvolto Rudolf Abel, spia russa scoperta in territorio americano durante la Guerra Fredda, e della strenua difesa del suo avvocato d'ufficio Jim Donovan.
Innanzitutto mi preme dirvi che il legame tra romanzo e film in questo caso è molto particolare; ero infatti convinta fino all'ultimo che il film fosse un adattamento del romanzo, ma ho scoperto solo in seguito che il film si rifa alle cronache ufficiali degli avvenimenti, senza trarre spunto dal libro (motivo per il quale il film è stato candidato agli Oscar come Migliore sceneggiatura originale). Il fatto che i due mezzi parlino delle stesse vicende, permette comunque di vederli nell'ottica originale, dando a me l'opportunità di parlarvi di entrambi in questa sede.
Inoltre a mio favore c'è da dire che, essendo il romanzo la cronache giornaliera del caso e degli avvenimenti successivi ad esso, ed essendo questo spesso l'unica fonte di tali avvenimenti, è altamente probabile che la sceneggiatura del film abbia preso più di uno spunto dal romanzo; non aprirò la parentesi sulla giustizia della categoria dell'Oscar scelta per questo film, a mio avviso troppo libera e poco attinente, ma proseguirò a parlarvi di questo film e dei punti di contatto con il romanzo, come se fossero collegati.

Il film:
Sin dalla prima scena, Steven Spielberg ci catapulta in una Brooklyn di fine anni '50, degna dei migliori film di gangster e federali della tradizione hollywoodiana. Il famoso e virtuoso regista sceglie di adottare una fotografia e una ripresa antica e al tempo stesso molto innovativa, un buon mix di dinamismo e di fascino old school; la pellicola offre infatti nelle prime parti colori tenui e scene sature di fumi di sigaro e donne in bigodini, perfetti per risvegliare i nostri animi nostalgici. Per interpretare il virtuoso e stoico avvocato Jim Donovan, Spielberg ha scelto un invecchiato ma sempre brillante Tom Hanks, che riesce a calarsi perfettamente nella parte. Al suo fianco troviamo parecchi volti conosciuti di Hollywood, tra i quali il candidato all'Oscar come Miglior attore non protagonista, Mark Rylance, nei panni del colonnello Rudolf Abel, un artista sessantenne quieto ma molto intelligente.
Il film si concentra per la prima metà sulle tappe più importanti del caso giudiziario, dall'arresto di Abel al verdetto della corte; in questa prima parte il ritmo è lento e misurato, con pochi colpi di scena e molti dialoghi, che non rischiano però mai di rendere pesante o noiosa la visione. È dalla seconda metà in poi però che il film muta, assumendo toni più foschi ma ritmi più concitati; questa parte è tutta concentrata a Berlino Est, in un clima teso e ostile, alla vigilia della creazione del Muro di Berlino. In questo scenario abbandoniamo i colori anni '50 e le scene rilassate, per far spazio a colori scuri, tendenti al grigio o al blu notte, con strade innevate e alti funzionari in rigorosi completi scuri. Anche la macchina da presa cambia prospettiva, concentrandosi più sulle visuale ampie di strade, stanze e veicoli che sui singoli personaggi.
Il punto forte del film risulta essere sin da subito la regia, che risulta ricercata e mai banale, con inquadrature dettagliate e riprese che ruotano di 180° nei dialoghi, adatte a rendere l'idea di dinamismo e a spezzare la monotonia che potrebbe crearsi in un film a sfondo prettamente legale.
Il film in sé risulta lungo senza essere fastidioso, distendendosi in oltre due ore in cui si alternano spesso scenari e personaggi, temi e inquadrature. Certo è che bisogna amare il genere per poterne apprezzare a pieno ogni dettaglio, ma a mio avviso Il ponte delle spie riesce a rendersi godibile anche a chi solitamente disdegna un po' questi temi.


Dal libro al film:
Come vi preannunciavo non sono poche le differenze tra le due opere, anche se si possono trovare alcuni importanti punti di contatto: in primo luogo la caratterizzazione dei personaggi, che è rimasta molto fedele all'originale.
La prima grande differenza si nota nella prima parte del film: se infatti il romanzo si concentra quasi per tre quarti sul caso giudiziario e sul suo sviluppo, il film preferisce condensarne molti pezzi, dando maggiore risalto all'impatto che questo ha avuto sulla società americana. Una scelta molto comprensibile, riconducibile probabilmente all'esigenza di mantenere un ritmo costante nella narrazione e impedire un appesantimento nella visione della pellicola (cosa che un report completo di un intero caso giudiziario avrebbe probabilmente causato).
La seconda parte del film invece segue in modo più fedele la narrazione letteraria, riempiendo tutti i “buchi di trama” dovuti alla visione in prima persona dell'avvocato con scene costruite da zero ma sempre molto fedeli. Alcune scelte originale sono ovviamente state fatte anche in questa parte, ma non ho trovato nessuna di queste inopportune o rinunciabili, ma sono state tutte inserite con maestria nell'intreccio che si è voluto narrare.
Dovendo scegliere tra le due opere avrei non poca difficoltà a prendere una decisione: le due infatti possono vivere tranquillamente come cellule distinte, apprezzabili singolarmente ma fruibili alla perfezione anche insieme. E devo essere sincera, probabilmente questo è uno dei casi che preferisco: da lettrice appassionata, la prima tentazione è sempre quella di recriminare ogni singolo cambiamento all'immagine del libro che mi sono creata personalmente, ma dopo questa prima impressione, credo sia veramente interessante e apprezzabile vedere un'opera come un film nascere dall'immagine che un altro lettore si è fatto dell'opera che ho amato. È un buon modo di comprendere come lo stesso romanzo possa coinvolgere diversamente ogni persona e perché no, un'ottima occasione per conoscerne sfumature che, solo con la nostra lettura non avremmo colto.

E voi cosa ne pensate? Avete visto Il ponte delle spie? Lo avete apprezzato, o ne avete trovato dei difetti?
Avete letto La verità sul caso Rudolf Abel?
Fatemi sapere qui sotto nei commenti cosa ne pensate ^_^

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Denise
Femminista, appassionata di lettura e scrittura, è cresciuta con un libro in mano e la testa immersa nelle storie. Studia Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa e lavora come segretaria alla Casa della Donna. Nel tempo libero, impara a creare nuove storie.

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