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La prima vera avventura

Salvia Repel è una giovane halfling ladra nata per una sessione di D&D 5e mai giocata.“La prima vera avventura” è il secondo di tre frammenti che ne narrano la storia prima della leggenda. Trovate il primo qui.

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La mattina dopo, le mani puzzavano ancora di repe.

Neanche strofinarle con il sapone a base di ortica era servito a cancellare l’orribile effluvio. Con una smorfia, Salvia indossò il vestito che la madre aveva appena ritirato dalle corde e se lo strofinò sul naso, sperando che il profumo di sole e stoffa pulita annullasse quello di repe.

Arrivò in cucina per prima e si sedette al grande tavolo, mugugnando un “Buon giorno” indispettito all’indirizzo della madre, che rimestava la colazione nel pentolone.

«Buon giorno, cara» le disse Viola, per nulla turbata dal suo malumore. «Vieni qui e dammi una mano, è quasi pronto.»

Con uno sbuffo, Salvia si alzò e la madre le rifilò il grande mestolo. «Continua a girare, non farlo attaccare.»

Dal pentolone veniva su un odore dolciastro, per nulla sgradevole. «Cos’è?» chiese Salvia, sentendo già lo stomaco brontolare.

«Pappa d’avena e ortiche» disse Viola, armeggiando nell’armadio in cerca dei piatti. «Buon giorno, splendori» aggiunse subito dopo, quando in cucina entrarono Prezzemolo e Menta. «’Mol, vai a chiamare tuo padre e i tuoi fratelli. Menta, tu sveglia i piccoli.»

«Va bene, ma’» risposero i due.

Madre e figlia rimasero sole nella frescura del mattino. Salvia stava ancora rimestando, quando la madre le si avvicinò con le mani giunte sui fianchi. «Stavo pensando…» cominciò, poi si interruppe e parve rimuginare a lungo su come continuare.

Salvia fece finta di nulla, consapevole che da lì a poco sarebbe arrivata un’altra noiosa lavata di capo su quanto fosse pericoloso andare a cacciare da sola nel bosco, su quanto fosse insalubre la carne di ratto e via dicendo. Forse la madre avrebbe perfino ritirato fuori la tiritera di farla andare a vivere con Maggiorana, per fare da brava servetta ai neo-sposini.

«…stavo pensando che potresti andare a stare qualche tempo da zia Flora.»

«Cosa?» Salvia alzò il viso verso la madre, scioccata. Aveva sentito bene?

Viola le prese il mestolo dalle mani e riprese a girare la zuppa. «Potresti stare lì qualche mese, dare una mano con le scarpe…»

«Lì? Intendi a Saeria?» La voce le uscì strozzata per la sorpresa.

La mamma annuì. «Hai sempre voluto vedere la città, no? Così potresti farti un’idea di com’è davvero quel posto…» 

L’ultima frase, Viola l’aveva pronunciata piano, con un’inflessione quasi triste. Gli occhi erano ancora fissi sulla zuppa.

Rimasta senza parole, Salvia fissò la madre. Fuori dalla finestra si sentiva la voce distante di Prezzemolo, oltre il corridoio, i passettini dei fratelli più piccoli che venivano preparati da Menta per la colazione. «Dici sul serio?» riuscì finalmente a dire.

Viola annuì di nuovo. Quando alzò gli occhi su di lei, Salvia vide che luccicavano. «Farai attenzione, vero? La città è un posto pericoloso e…»

Prima che potesse continuare, Salvia le saltò addosso e la strinse forte. «Mamma, grazie!» disse, affondando il volto tra i suoi vestiti. «Grazie, grazie, grazie!»

«Figurati, tesoro. Una mamma lo sente quando una figlia ha bisogno di cambiare aria.»

Menta e i due fratellini le trovarono così, abbracciate l’una all’altra. Viola la scostò con finta rudezza, si asciugò di nascosto le lacrime e sorrise ai piccoli. «La colazione è pronta.»

Poco dopo, arrivarono anche il padre e gli altri fratelli.

Si sedettero tutti al tavolo, Salvia aiutò Viola a versare la zuppa e Menta servì il pane. Il chiacchiericcio leggero della famiglia invase la stanza, ma Salvia partecipò solo in parte. La sua mente stava già correndo a Saeria, alle meraviglie che una città così grande e piena di vita poteva offrirle. Cosa avrebbe mangiato nella capitale? Di certo non repe, pensò con soddisfazione. Si sentiva così esaltata che prese perfino una doppia porzione di zuppa d’avena, che alla luce di quella splendida novità appariva decisamente meno banale.

Guardò la sua famiglia, riunita intorno alla colazione, e per un momento avvertì una piccola fitta. Le sarebbero mancati, e tanto. Ma il brivido dell’avventura avrebbe presto catturato tutta la sua attenzione. E sarebbe tornata, una volta diventata una leggenda, e avrebbe fatto trasferire tutti i Repel in città con lei.

La prima persona a cui diede la notizia fu ovviamente lo zio Fulvio.

Lo raggiunse nella piccola bottega itinerante che aveva allestito nella piazza, trovandolo stravaccato sul bordo del pozzo con uno dei suoi quaderni contabili in mano.

«Zio, zio!» urlò, correndogli incontro.

Fulvio alzò appena il mento, le sorrise e tornò ai conti. «Dammi qualche minuto, bambina. Ho quasi finito.»

«Non sono più una bambina! E appena sentirai la novità…» Salvia si fermò accanto al pozzo, con la mente che già viaggiava verso il futuro. Il tragitto da casa alla piazza, appena un centinaio di metri, l’aveva trascorso a fare piani e a immaginare la sua nuova vita in città.

Mentre aspettava che lo zio terminasse, diede un’occhiata alla bottega. Frugò tra i cocci e i vari utensili in cerca di qualcosa di interessante, ma era per lo più roba per contadini, che non le sarebbe stata affatto utile a Saeria. L’occhio le cadde su un bel coltello dalla punta lunga e tagliante, e lo sguardo le brillò.

Appena lo zio Fulvio abbassò il quaderno e si mise seduto sul muretto, Salvia indicò il coltello. «Quanto vuoi per quello?»

Lo zio guardò il banco e ridacchiò, facendo tremolare i lunghi baffi rossicci. «Non ti sembra un po’ pretenzioso quello, bambina?»

«Non sono più una bambina» ribatté Salvia, con l’intonazione tipica da bambinetta dispettosa. «Cosa vuol dire pretenzioso?»

«Che forse è un po’ troppo per te.» Lo zio sorrise bonariamente, facendo passare quella che Salvia era certa fosse un’offesa per una battuta scherzosa. «Ma se vuoi ho un nuovo mestolo, appeno arrivato da Ruina. Ottimo per girare le zuppe di repe.»

Alla smorfia che comparve sul volto di Salvia, lo zio rise ancora. «Suvvia, sto scherzando. Cosa ti porta qui?»

Gli occhi di Salvia ripresero a luccicare. «Parto!»

«Ohibò, e per dove? Un’altra delle tue avventure?»

«Sì, ma questa volta è reale!» 

Sedutasi sul muretto accanto allo zio, Salvia gli raccontò la chiacchierata con la madre di quel mattino, e i pochi dettagli che era riuscita a carpirle nelle poche pause dal lavoro in cui non c’erano fratellini intorno. «Saeria, ti rendi conto zio?»

Lo sguardo dello zio Fulvio si fece corrucciato, le folte sopracciglia inclinate verso il basso a ombreggiare gli occhi chiari. «Mi chiedo perché tua madre non mi abbia detto nulla. Come ci andrai a Saeria, da sola?»

Salvia scosse il capo. «Con il carretto del lattaio. Deve andare a Saeria tra due giorni, per affari.»

L’espressione contrariata dello zio Fulvio aumentò. «Potevo portarti io, parto tra una settimana.» Dovette accorgersi dell’imbarazzo di Salvia, perché la guardò con attenzione. «Cosa? Cosa stai pensando?»

«Ecco, io…» Salvia tentennò. «Credo che mamma sia convinta che…»

«Che? Che cosa? Che non sono affidabile, è così?»

«Ecco… una specie…» Salvia prese a contorcersi le mani, imbarazzata. «Dice che correresti il rischio di perdermi per strada…»

Lo zio Fulvio scattò in piedi, il volto all’improvviso rosso quanto i baffi. «Ma dico, vogliamo scherzare? Io perdere te?» Agitò le mani nell’aria, facendo svolazzare ovunque le pagine del quaderno dei conti. «Ma per chi mi ha preso, per uno sprovveduto?» continuò, mentre lo sguardo di Salvia si spostava da un foglio all’altro, preoccupato. Uno di questi sfuggì alla cucitura e planò dolcemente dentro il pozzo, annegando chissà quanti importanti calcoli nell’acqua fresca.

Ignaro, lo zio Fulvio continuò a gesticolare e borbottare. «Te lo dico io qual è il problema, è che tua madre non mi ha mai avuto in simpatia. Mi ha sempre considerato il cognato un po’ tocco, quello che inviti a pranzo e gli servi la zuppa di repe solo perché ti fa pena. Se non fosse anche così gentile, direi che tua madre è proprio una strega!»

A Salvia venne da ridere. «Una strega? Mamma? Non credo proprio, è troppo banale per essere una strega.»

«Allora una vecchia ciabatta. Meglio?»

«Meglio» rise Salvia, e anche lo zio parve trovare la similitudine divertente, perché abbandonò il cipiglio e si mise a ridacchiare a sua volta. «Sì, una vecchia ciabatta le calza a pennello, me lo devo ricordare.»

«Zio?»

«Sì?» Fulvio la guardò con sguardo bonario. «Cosa c’è?»

«Sai che mi mancherai molto?»

«Anche tu mi mancherai, bambina. Vieni qui.» Fulvio si avvicinò di nuovo al muretto e la strinse forte. «Sai cosa? Secondo me quel coltello non è poi così pretenzioso.»

«Dici davvero?» 

Lo sguardo di Salvia corse esaltato verso il coltello, e lo zio rise di nuovo.

«Certo. Ogni buon avventuriero ha bisogno di un coltello affidabile, e questo mi sembra proprio perfetto. Reggi un attimo.» Le porse il quaderno, visibilmente più sottile ora che molte delle pagine erano sparse qua e là per la piazza, e si sporse sul banchetto. «Vediamo…» mormorò, frugando nella moltitudine di oggetti sparsi sul piano. «Dovrei avere anche una custodia, da qualche parte…»

Dopo qualche secondo, estrasse un piccolo fodero di pelle sgualcita, un po’ polveroso ma agli occhi di Salvia comunque perfetto. «Ecco qua» disse, infilando il coltello nel fodero e mettendoglielo tra le mani. «Evita giusto di dire a tua mamma che te l’ho dato io. Magari infilano nel sacco, da brava, così non lo vede proprio e ci togliamo il pensiero.»

«Non le dirò niente, promesso» disse Salvia, stringendo forte il coltello.

«Bene, brava.» Fulvio annuì, soddisfatto. «Ora non ti resta che farlo incidere.»

«Farlo incidere?»

«Ovvio. Devi sancire la tua proprietà.» Fulvio si frugò nelle tasche ed estrasse quattro bronzi. «Ecco, vai dal vecchio Alessi e digli che ti serve un incisione. Non ti farà il lavoro più fine del mondo, ma dovrebbe andar bene per la tua prima avventura.»

Salvia sentì gli occhi pizzicare. «Zio, non so come ringraziarti. Appena tornerò ti ripagherò il coltello, e…»

«Ma no, ma no, sciocchezze.» Lo zio sorrise e le diede un buffetto. «Prendilo come un regalo di buon augurio. Vai a vivere la tua avventura, bambina.»

Trattenendo a stento le lacrime, Salvia si sporse e abbracciò forte lo zio, come aveva fatto con la mamma quel mattino. Un gran numero di abbracci, a dirla tutta, forse poco adatti a un’avventuriera in divenire, ma per quel primo giorno poteva lasciar correre.

«Ci vediamo presto, zio» disse, prima di staccarsi e guardare Fulvio con un enorme sorriso. «Renderò onore alle tue storie. Diventerò come Fear, il ladro migliore di tutti i tempi! Anzi, la ladra migliore!»

Lo zio rise, dandole una piccola pacca sulla spalla. «Eheh, sono certo che lo farai, bambina. Ma non cacciarti nei guai, mi raccomando.»

«Non preoccuparti. Sarò io a dare la caccia ai guai!» rise Salvia, partendo in corsa verso casa del vecchio Alessi. «Ciao, zio!»

«Ciao, bambina!» disse lo zio. E poi, a tra sé e sé mormorò. «Ѐ proprio quello che temo, che i guai se li vada a cercare… Ma che ci vuoi fare? Quando una l’avventura ce l’ha nel sangue…»

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Denise
Femminista, appassionata di lettura e scrittura, è cresciuta con un libro in mano e la testa immersa nelle storie. Studia Informatica Umanistica presso l’Università di Pisa e lavora come segretaria alla Casa della Donna. Nel tempo libero, impara a creare nuove storie.

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