Recensioni

Il mio ultimo giorno in biblioteca

Ricordo bene il primo giorno del mio impiego in biblioteca, due anni fa. Lo ricordo così bene che, adesso che il mio ultimo giorno in biblioteca è arrivato, mi sembra di aver iniziato appena l’altro ieri.

Ricordo l’eccitazione, l’orgoglio, la felicità. Ricordo il senso di trionfo quando ho chiamato mio padre bibliotecario per raccontargli dell’offerta di lavoro che avevo ricevuto. Ricordo il compiacimento quando ho dato le dimissioni presso il mio posto di lavoro precedente che mi aveva tolto la voglia di vivere. Ricordo anche le aspettative che avevo. Non avevo idea che presto si sarebbero infrante tutte.

Il mio ultimo giorno in biblioteca

Un lavoro tranquillo

Due anni fa, prima di iniziare a lavorare in biblioteca, ero una project manager stressata e infelice in un’agenzia di traduzioni. Era un lavoro che non mi si addiceva per diversi motivi, dalla mancanza di creatività e contatto umano fino alle pressioni a cui ero sottoposta. Ricordo le parole di una mia amica quando annunciai trionfalmente che avrei iniziato a lavorare presso la biblioteca centrale di Cambridge: «E comunque male che vada, sarà un lavoro tranquillo!»

Oh, quanto si sbagliava.

Occorre fin da subito sfatare un mito: i bibliotecari non passano il tempo a leggere. Né zittiscono gli utenti a suon di «Sssst!» con un dito davanti alla bocca. Nella mia biblioteca, il caos regnava sovrano, fra le filastrocche che provenivano dalla sezione bambini e gli utenti che si litigavano l’ultima copia del Financial Times. Una volta ho dovuto sedare un alterco fra una donna che si era messa a parlare al telefono e un tizio che aveva pensato bene di redarguirla sbraitando che in biblioteca bisogna fare silenzio.

Pensate che questo sia tutto? Non ho ancora detto niente sulla gente che entrava in biblioteca per bere alcol, fumare e dormire. Situazioni del genere potevano avere risvolti comici, inquietanti o molto, molto drammatici. Una volta ho dovuto cacciare un tizio che si era rinchiuso nel bagno per fumare una canna. Nelle ultime settimane prima del lockdown, dovevamo ingaggiare una lotta quotidiana contro un gruppetto di scapestrati che si nascondeva fra gli scaffali per bere vodka. Uno dei nostri visitatori abituali si addormentava regolarmente su una scrivania e altrettanto regolarmente dovevamo svegliarlo per assicurarci che non avesse perso i sensi. Situazioni del genere, purtroppo, sono più frequenti di quanto si possa pensare e hanno a che fare con i numeri sempre più allarmanti dei senza tetto nel Regno Unito.

I “personaggi” della biblioteca

Su questo capitolo potrei scrivere un libro. Mi limiterò a segnalare i personaggi più pittoreschi che ho avuto il piacere di assistere:

  • un professore universitario che usava i computer della biblioteca per guardare porno gay;
  • un ragazzone fissato con i Pokémon che ci regalava figurine degli Avengers ed esclamava parolacce per poi voltarsi verso di noi e scusarsi con aria contrita;
  • una tizia, convinta che i bibliotecari tramassero contro di lei, che si recava in biblioteca solo per attaccare briga con chiunque tossisse o respirasse troppo rumorosamente. Quando, dopo l’ennesima aggressione verbale, è stata scortata fuori da una guardia di sicurezza, sulla porta di ingresso si è voltata per urlare un ultimo, drammatico: «TORNERÒ!» Mi aspettavo l’eco di tuoni e fulmini.
  • le due ragazze che una volta sono entrate per chiedermi se c’era una sala dove potevano farsi le extension. È proprio vero che le biblioteche sono spazi versatili.
  • l’aspirante scrittore che non sapeva scrivere al computer e ci chiedeva continuamente aiuto per finire il suo romanzo western. Nel resto del tempo ci chiedeva aiuto su come recuperare il pin della sua carta bancomat o installare la televisione nuova.

Momenti di condivisione

Lavorare in biblioteca non è solo sistemare libri, redarguire gli utenti maleducati e tenere a bada gli svitati. Lavorare in biblioteca è anche e soprattutto condivisione e senso di comunità.

Come quella volta che ho passato due ore al telefono per aiutare un giovane del Gabon, rifugiato appena giunto in Inghilterra, a mettersi in contatto con un’associazione che potesse assisterlo. Era chiaramente spaesato, ma molto sorridente e tranquillo, non parlava inglese e mi avevano chiesto di aiutarlo perché ero l’unica del personale che parlasse francese. Ho iniziato così un’odissea di chiamate e rimpalli da un ufficio all’altro, da un’associazione all’altra, finché non ho trovato un volontario disposto a incontrarlo. Ho preso nota di orario e indirizzo dell’appuntamento, nome del volontario, perfino del percorso in autobus per arrivare a destinazione. Prima di andare via, quel ragazzo mi ha stretto la mano a lungo, ringraziandomi più volte e benedicendomi per tutto quello che avevamo fatto per lui. Chissà dov’è e come sta oggi.

O anche quella volta che una donna è entrata in lacrime, avvicinandosi quasi di soppiatto alla scrivania, e ha spiegato che soffre di attacchi di panico e che aveva bisogno di un posto tranquillo dove calmarsi. L’abbiamo portata al piano di sopra, dove c’era meno gente, le abbiamo offerto dell’acqua e l’abbiamo lasciata parlare. Delle sue paure, della sua frustrazione, dell’angoscia ogni volta che sente un attacco arrivare. Qualche mese dopo l’ho rivista seduta a un tavolo a studiare. Mi ha fatto un cenno e mi ha sorriso.

Biblioteche: libri e molto altro

Immaginare le biblioteche solo e unicamente come luoghi dove leggere e prendere in prestito libri è ormai riduttivo. Le biblioteche sono luoghi di incontro, scambio, formazione, centri dove si può andare a fare yoga, imparare a fare a maglia, fare nuove amicizie. La biblioteca è una realtà che ha saputo aggiornarsi e reinventarsi rapidamente in tempi di pandemia e che è ancora troppo poco apprezzata. Sicuramente è una realtà che mi ha dato e insegnato tanto e adesso che sono arrivata alla fine di questo percorso, mi sento un po’ come Kathleen in C’è posta per te quando chiude per l’ultima volta il suo Negozio dietro l’angolo.

Mi mancherai, cara biblioteca. Svitati e tutto.

Elisa
La lettura è stato il mio primo amore, le lingue straniere il secondo. Traduttrice, bibliotecaria, appassionata di letteratura per l'infanzia, classici letterari, femminismo, cucina e cinema. Credo fermamente che un adulto creativo sia un bambino sopravvissuto.

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