Chiacchiere d'Inchiostro, Racconti, Scrittura

La metamorfosi: un racconto di Giorgia Scalise

Questo racconto fa parte della prima call di Chiacchiere d’Inchiostro, un progetto pensato per dare spazio e visibilità alle vostre voci. Per sapere come funziona e come partecipare al progetto, vi rimandiamo all’articolo di presentazione.

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Nicola Giordano, svegliandosi una mattina da sogni nebulosi, si trovò trasformato, nel suo letto, in qualcosa di molto piccolo. Il piumino invernale che ancora non si era deciso a togliere di mezzo gli rubava la luce e l’aria e quelle che erano state le lunghe braccia di un uomo adulto non riuscivano più a raggiungere il cellulare sul comodino. 

«Cattivo giorno anche a te, mondo» borbottò e strisciò verso il cuscino. Il sole di mezzodì lo accecò e scoprì con disappunto di non avere più le palpebre. Voltò il viso dall’altro lato e coprì gli occhi con le mani. 

Un tappeto di peli gli solleticò i palmi. Era corto, morbido e, soprattutto, folto. Gli riempiva tutta la faccia, che si era fatta piccola e ovale. Solo un triangolo duro nella parte bassa, dove avrebbe dovuto esserci la bocca, aveva preso il posto di quella e del naso. Esplorò la propria testa con quelle mani piccole, tozze e senza dita e scoprì che non era rimasto poi molto altro, ma sulla sommità erano spuntate delle strane protuberanze. Le seguì nella loro lunghezza e dedusse, con profondo raccapriccio, che si trattava di orecchie. 

Saltò su come qualcosa lo avesse punto, ma ricadde seduto e poi lungo disteso sulla schiena. Che diamine! Ora non sapeva più neanche stare in piedi? E cos’era quella cosa che premeva da sotto la schiena? L’orrore cresceva, man mano che l’immagine di ciò che era diventato si definiva nella sua mente. Doveva vederlo con i suoi occhi. Rotolò bocconi e fece leva con le mani (ma poteva ancora chiamarle così?) per mettersi in piedi. Quelle goffe protuberanze senza gambe non erano fatte per reggerlo e il corpo a forma di pera lo sbilanciava. 

«Dannazione, dannazione, dannazione.»

Dovette fare diversi tentativi per trovare il baricentro e scendere dal letto. Doveva tenere le braccia stese ai lati come fosse crocifisso, ma il pavimento era almeno una superficie meno infida del letto. Attraversò la stanza a passo da ubriaco, un po’ traballando e un po’ cadendo, e si aggrappò alla porta e poi al muro. Dovette appoggiarsi con tutto il peso della lanugine che conteneva per arrivare al bagno, ma lo specchio era troppo in alto. Cosa poteva usare per arrivarci?

La vasca no: rischiava di annegarci. Il cassettone non aveva appigli. Sotto il lavandino c’era la cesta dei panni sporchi; era orribile, in plastica gialla, ma aveva le ruote.

Non riuscì a tirarla fuori come di solito, quindi si infilò nello stretto spazio tra la cesta e il muro e spinse.  Massiccia com’era, la sua nuova nemica oppose una fiera resistenza alle sue poche centinaia di grammi. «Oh, andiamo!» Si impuntò e fece forza finché la torre non si arrese e un cigolio di ruote l’accompagnò alla luce. 

Si deterse un sudore che non c’era e si diede a scalare la struttura con le braccia e con le orecchie, che si rivelarono agili come un terzo paio di arti. Scalciando e sbuffando, raggiunse la cima di quella struttura a forma di babà. Spiccò un salto e si aggrappò al ripiano piastrellato. Ricadde, maledisse il suo corpo da peluche e ritentò, finché non riuscì a piazzarsi davanti allo specchio, ben più alto di lui. Riusciva a vedersi a malapena la testa e metà del busto, ma bastava. 

Era davvero un coniglio di pezza, con un morbido pelo beige, un nasino triangolare rosa e neri occhietti di vetro. Aveva persino la coda a batuffolo, bianca e spumosa. Con un po’ di sforzo, si muoveva anche.

«Che il diavolo mi porti!» Provò a darsi un pizzicotto e poi uno schiaffo, ma non sentiva niente, a parte un formicolio sfocato e lontano, come quella volta che gli avevano fatto l’anestesia locale per togliergli la cisti sulla gamba. E ora? Che faccio? Non sarebbe mai riuscito a maneggiare lo smartphone con quelle braccine pelose. Non poteva chiamare aiuto… ma poi chi? Nessun medico lo avrebbe preso sul serio e non aveva mai creduto a quei ciarlatani che promettevano rimedi miracolosi. Perlomeno, non avrebbe dovuto avvertire nessuno a lavoro. C’era tempo, fino a lunedì. 

Si lasciò cadere a terra e zampettò fino al salotto. Passando in cucina, adocchiò il frigorifero e desiderò un panino, ma più per gola che per fame. Peccato, pensò, avere una bocca e non uno stomaco. Perché era certo di avere una bocca, se poteva parlare. Bah, più tempo per vedere Orange Is the New Black. Almeno, i soldi di Netflix sarebbero stati ben spesi, anche se quella faccenda che le scene di nudo stessero diminuendo non è che gli facesse troppo piacere. Stava diventando troppo serioso e lui aveva bisogno di svagarsi, non di sapere come la gente stesse davvero nelle prigioni americane. Sempre ammesso, poi, che fosse in grado di accendere la tv, ma, se era riuscito a muovere più di un paio di passi senza ruzzolare, c’era speranza.

«Zio? Zio Nico? Zio Nico, ci sei?»

Nicola spiccò un balzo e perse l’equilibrio. Cazzo. Si era di nuovo dimenticato di chiudere la porta della veranda. Avrebbe dovuto aspettarsi che quella peste ne avrebbe subito approfittato.

«Zio Niiico!»

Vai via, mocciosa. Via, via, via. 

«Dai, zio, non ignorarmi!» Cercava di stanarlo, controllando stanza per stanza come se stessero giocando a nascondino. Dalla cucina, era passata alla sua stanza, ma i suoi passi stavano tornando indietro. Le restava da controllare solo il salotto.

Ma che zecca! Degna figlia di tua madre sei, maledetta lei e quell’altro. Non sarebbe mai riuscito ad arrampicarsi sul divano senza farsi vedere. A improvvisarsi campione di salto in alto non ci pensava affatto. Di tende dietro cui nascondersi non ne aveva. Si issò sul tavolinetto e si abbandonò su un fianco. Fingersi inanimato era più difficile di come lo facevano sembrare in Toy Story. Non aveva pruriti o voglia di starnutire, ma l’impulso di cambiare posizione o sporgersi per guardare verso il vano della porta era difficile da combattere.

«Dai, zio! Ti ho portato i cioccolatini, ma, se non li vuoi, me li mangio io!» gridò Alice, in arrivo a passo di carica, ma promesse e minacce le morirono sulle labbra, quando lo vide. Nei suoi occhi verdi si dipinse la meraviglia e la borsetta di Barbie le cadde di mano. «Ma che bello!» esclamò e si gettò su di lui come un falco pellegrino. «Ma sei enorme! Scommetto che zio ti ha comprato apposta per me!  Voleva farmi una sorpresa! Io lo sapevo, lo sapevo, che in realtà mi vuole bene!» Lo stritolò tra le sue braccine ossute, rivoltandolo poi avanti e indietro, su e giù per investigare ogni dettaglio della sua nuova forma. 

Sperò solo che non lo strappasse, tentando di aprirlo. Non voleva scoprire se poteva ancora sanguinare. Ma, soprattutto, fu grato di non avere più uno stomaco, perché era sicuro che altrimenti avrebbe vomitato senza vergogna fino all’ultimo batuffolo.

«Devo subito farti vedere a mamma e papà!» Alice se lo mise sottobraccio senza troppe cerimonie, raccolse la borsetta e corse a casa. 

Quindi quella peste rubava anche in casa sua? Lo aveva fatto altre volte? Cosa si era portata via senza che lo sapesse? La spiò dal basso, tanto nella foga di correre non avrebbe mai notato che si era mosso. 

Sembrava contenta come una Pasqua, mentre si richiudeva alle spalle la porta della veranda che univa il suo appartamento a quello di Angela. Quasi inciampò sulla soglia e saltellò su un piede solo, mulinando le braccia in cerca di un appiglio. «Mamma, mamma, guarda cosa mi ha regalato zio Nico!»

Sua sorella, intenta a smistare il contenuto di due enormi borse della spesa di tela azzurra, si voltò verso la figlia. Aveva i suoi stessi capelli biondi e il naso alla greca, ma gli occhiali rettangolari guastavano l’insieme e davano al viso un’espressione arcigna.

Alice lo sbatacchiò sotto gli occhi di sua madre con entrambe le mani. 

Angela lo afferrò per quello che una volta era il suo polso e lo sollevò. Lo rigirò in cerca di un’etichetta, ma non ne trovò nessuna e strinse le labbra in una smorfia. «Te lo ha davvero dato Nicola?»

«Sì, sì. Ha detto che era per me. Per Natale… in ritardo.»

Piccola peste bugiarda e ladruncola. Se l’avesse sbugiardata… no, non sarebbe finito in mano ai Servizi Segreti come E.T.; più probabilmente, Angela lo avrebbe bruciato vivo “per sicurezza”. 

«Posso tenerlo, mamma?» la richiamò Alice, tendendo le mani verso di lui.

«Se te lo ha dato lui…» Angela glielo restituì. «Ora va’ a prepararti, ché tra poco andiamo dalla nonna.»

«Ma, mamma, è al piano di sotto! Devo vestirmi per forza?»

«Sì. Non vorrai che zia Cinzia e zio Giacomo ti vedano in pigiama.»

Alice si mangiucchiò l’unghia del pollice. Ci stava pensando davvero?

«Su, muoviti, altrimenti ti faccio restituire il coniglio.»

«No!» La peste se lo strinse al petto come oltraggiata e schizzò in camera a vestirsi. Lo scaraventò sul letto con un lancio olimpionico e lo sommerse di panni stropicciati. Quando venne a liberarlo da quello tsunami di stoffa, era vestita di tutto punto, ma i capelli continuavano a sembrare un nido di vespe. Se li stava aggiustando con una mano, senza la minima intenzione di mollarlo. «Ti chiamerò Marzolino» gli comunicò, mettendolo a sedere a un tavolinetto rotondo di legno verniciato in colori pastello. «Perché siamo a marzo, capito?» Sembrava convinta che fosse una cosa molto intelligente da dire. «Be’, intanto che mamma si prepara, ti presento agli altri, quindi ci vuole un buon tè!» Tirò giù dal lettino e dalle mensole una folta schiera di peluche: un leone, un drago, quattro orsetti, due unicorni, una civetta, uno Stitch e un paio di dalmata usciti dalla nutrita schiera della Carica dei 101. Davanti a ognuno mise una tazzina di plastica bianca e si mise a trafficare con una teiera facendo suoni acquosi con la bocca. «Allora, signor Marzolino, perché non ti presenti?» gli chiese, come se si aspettasse davvero una risposta.

La tentazione di accogliere l’invito solo per farle prendere un colpo lo punzecchiò, ma la paura del forno gli annodò la lingua che non aveva più.

«Oh, è molto interessante!» proseguì Alice, come se le avesse risposto. «Non è vero?» Mosse un paio di testoline spugnose in energici assensi. «Vedi? Lo pensano anche loro!»

Nicola avrebbe girato gli occhi, se solo quel corpo di pezza ne fosse stato in grado. Trattenersi dall’incrociare le braccia in petto fu più difficile.

«ALICE, SEI PRONTA?»

Per la prima volta in trentadue anni di vita, fu grato ad Angela e alla sua voce squillante, che fece saltare su la nipote come una soldatina.

«SÌ, MAMMA! ARRIVO!»  

Pace, finalmente. Appena la peste lo avesse lasciato solo, avrebbe trovato il modo di svignarsela e tornare a casa, propria. Poi, chissà, magari avrebbe davvero pagato una fattucchiera perché lo facesse tornare normale. 

Alice, però, aveva altri piani. Lo agguantò per un orecchio e se lo trascinò dietro. Lo tenne stretto come se temesse di vederlo sparire, mentre scendevano al piano terra della villetta. Per tutto il tragitto, gli bisbigliò dettagliate sciocchezze sul tè interrotto e sugli altri programmi per la giornata, di cui pareva fin troppo fiera. 

Nicola la spiò di sottecchi, ma fu distratto dall’aprirsi della porta di casa.

Sua madre, in grembiule azzurro e con i capelli grigi alzati in un perfetto chignon, accolse il trio con un sorriso. «La pasta è quasi pronta. Venite, intanto che aspettiamo Cinzia e Giacomo.» 

«Nicola non viene.» Angela lo disse come una constatazione.

La madre scrollò la testa. «Non so proprio che gli prende, benedetto ragazzo. Ero sicura che fosse la volta buona…» Si fece da parte e li lasciò entrare.

Angela fece una smorfia, seguendola in cucina.

Alice le trotterellò dietro, saltellando. «Nonna, nonna, guarda cosa mi ha regalato zio Nico!» Lo sollevò e glielo sventolò sotto al naso come un trofeo. Aveva intenzione di continuare così per molto, ancora? Possibile che non si fosse ancora stufata?

No, se gli adulti non smettono di assecondarla. Così vengono fuori i marmocchi viziati.

Calata nel suo ruolo di “Nonna Elena”, sua madre era fin troppo disposta a viziare la nipote, ma non riusciva a nascondere il sospetto che le colorava il viso, mentre se lo rigirava tra le mani. Credeva avesse comprato un peluche per infettarlo con il vaiolo e sterminarli, o qualcosa del genere? «Sicura che sia per te? Magari lo ha comprato per Serena…»

Questa, poi! Io? Per quella lì?

Alice se lo strinse al petto con tutte e due le braccia, non troppo lontana da un’accurata imitazione di Gollum. «Lo ha dato a me!» protestò, imbronciata.

«Va bene, va bene.» Sua madre sospirò, alzando le mani. «Perché non vai a giocare di là, intanto?»

Alice non se lo fece ripetere due volte e schizzò in salotto. Si tuffò sul divano con lui sempre in braccio, agguantò il telecomando e si diede allo zapping – quasi più fastidioso che essere costretto a guardare I Puffi, o qualsiasi altra cosa andasse di moda tra i ragazzini della sua età al momento.

Nicola si lasciò ricadere su un fianco e si concesse un sospiro esausto. Doveva resistere finché non si fossero messi a tavola. Poi avrebbe avuto tutto il tempo di pensare a come scappare da quell’inferno.

Almeno, Alice sembrava aver trovato qualcosa che le piacesse, il che gli concedeva un minimo di tregua. Più o meno. «Guarda anche tu! I Superpigiamini sono divertenti!»

Dissentiva. Erano solo bambini in pigiama, dannazione! E combattevano contro cattivi più citrulli di quelli dei Power Rangers – e quelli erano discutibilissimi cattivi degli anni Ottanta e Novanta, non esattamente capolavori. Ma le avrebbe anche dato ragione, se fosse servito a farle smettere di accarezzarlo in maniera compulsiva. Quel maledetto pelo era una calamita per carezze, dannazione a chi l’aveva inventato!

Lo squillo del campanello lo salvò dall’esplodere. 

Angela andò ad aprire e invitò Cinzia e il marito a entrare, poi venne a chiamare Alice. 

«Arrivo! Zia Cinzia, guarda che bel regalo mi ha fatto zio Nico!»

Ci risiamo. 

«Lascialo lì, Alice! Non portarlo a tavola!»

«Ma mamma!» La peste era testarda, per avere solo otto anni. Gli fece fare il giro, di mano in mano, e se lo mise sulle ginocchia.

«Così rischi di sporcarlo, però» le fece notare Cinzia, con un sorriso. «Lo mettiamo lì vicino al televisore, che ne dici? Così ci guarda.»

Alice annuì.

Sua sorella lo prese e lo mise a sedere vicino al piccolo televisore a tubo catodico che sua madre teneva imperterrita sulla dispensa. Al tempo in cui ancora si parlavano, aveva tentato in ogni modo di farglielo cambiare con qualcosa di meno preistorico, ma lei aveva risposto che di “quelle diavolerie tecnologiche” non ci capiva un accidente e lo aveva costretto a desistere. 

Se potesse, terrebbe la tv in bianco e nero. Ne era convinto e così gli toccava stare con l’orecchio poggiato a quello scatolone che faceva un rumore tremendo, senza alcuna possibilità di muoversi e, quel che era peggio, costretto a guardarli mangiare. Non gli serviva avere fame per desiderare una coscia di pollo da rosicchiare. Che palle. Se solo mi fossi trasformato in cane… ma che diamine andava pensando? Era impazzito? Probabile.

«Cì, ne vuoi ancora?»

«No, mamma, grazie. Devo darmi una calmata: gli esami mi innescano la fame mistica e finisco a mangiarmi tutto il commestibile.» Cinzia tamburellò sulla pancia con la mano aperta. «Per fortuna che mi manca l’ultimo appello, poi mi calmo.»

«Ma la docente sei tu…» 

«E che vuoi farci! La fame è fame.»

Angela roteò gli occhi anche per lui. 

«Be’, e tu?»

«Io cosa?»

«Da dove prendi tutta questa calma zen? Non è che ne hai un po’ da regalarmi?»

Angela fece spallucce. «Se sopravvivi alla facoltà di Giurisprudenza, puoi sopravvivere a tutto. Una volta che hai camminato nel fuoco, i carboni ardenti ti fanno solo il solletico.»

«Non ho così tanto tempo e nemmeno voglia.»

«Allora dovrai convivere con la fame mistica, mi dispiace.»

«L’unica cura per la fame è mangiare. Prendi un altro po’ patate, Cì, sennò mi prendo collera.»

«No, ma’, sennò quest’estate al mare non ci vado.»

«Angela, almeno tu che hai un po’ di buonsenso!»

Angela inarcò le sopracciglia. «Mamma, non possiamo mangiare anche per Nicola. Non è ingozzando noi che puoi compensare… e stai tranquilla che non è denutrito. Essere uno stronzo non lo rende incapace di cucinarsi un piatto di pasta, purtroppo.»

«Angela…»

«Non negarlo, mamma: è la verità» s’intromise Cinzia. «Non mi sorprende che Serena lo abbia mollato. Anzi, mi ha stupito che sia durata tanto!»

Di che diamine parlavano, quelle due? Che ne sapevano, di lui e di Serena? Perché non pensavano agli affari loro, una volta tanto?

«Se solo ci fosse ancora Davide…»

Angela e Cinzia sospirarono.

«Neanche papà avrebbe potuto far niente con quella testa di legno.»

«Be’, ha preso da lui, dopotutto.»

Sua madre scosse il capo, con un sorriso amaro.

Angela si alzò e aggirò il tavolo per abbracciarla. «Papà manca anche a noi.»

«Lo so, ragazze.» Sua madre ricambiò l’abbraccio per un momento. «Ma avete ragione: si sarebbero scornati.»

«È sempre stata la cosa che gli riusciva meglio.»

Su quello doveva concordare. Le loro urla avevano fatto tremare il tetto tante di quelle volte… ma le cose non erano mai state irreparabili, almeno finché suo padre non lo aveva buttato fuori di casa a calci. Anche quando poi sua madre lo aveva convinto a tornare, le cose non erano più state le stesse. Trasferirsi nella sua parte della villa sembrava stupido, ma già così si sentiva soffocato. Se avesse dovuto dividere anche l’aria con loro, sarebbe scoppiato. No, per carità. Meglio badare a sé e fingere che non esistessero. Stava molto meglio, da quando aveva cominciato a disertare i pranzi domenicali. L’aria lugubre che si respirava dalla morte di suo padre era irrespirabile e le cose con Serena andavano male anche senza bisogno del loro contributo. 

«Ma quella povera ragazza come sta? Si è ripresa, poi?»

Ripresa? Chi, Serena? Che le era successo? Si sporse in avanti. Perché lo sapevano loro e non lui? Ah, già. Perché lei se n’era andata sbattendo la porta e tutto il quartiere aveva saputo dalla sua viva voce che razza di pezzo di merda lui fosse. 

«Figurati!» esclamò Angela. «Quei…» Guardò Alice. «Quelli lì l’hanno licenziata!»

Sua madre s’incupì. Moriva dalla voglia di dire qualcosa, ma si stava trattenendo. «Alice, a nonna, perché non vai di là a vedere la tv, mentre mamma e zia Cinzia mi aiutano a fare le fragole con la panna?»

Nicola la guardò annuire e sperò che non si ricordasse di lui. Doveva sapere di Serena, accidenti! Perché nessuno gli diceva niente? Non avevano pensato che forse era il caso di parlargli di questa cosa, se era così importante?

Alice si alzò. «A me tanta panna, nonna!» rispose e sgambettò fuori dalla stanza come se lui non esistesse. 

Angela trasse un sospiro di sollievo, ma attese di sentire il volume della tv. 

«Allora?»

«Allora niente. Quegli stronzi l’hanno licenziata senza batter ciglio, appena hanno intuito che c’era aria di maternità, prima ancora che potesse parlare di chiedere il congedo.»

«Che merde» commentò Cinzia.

Già. Aspetta… cosa? Fu contento una volta di più di non avere muscoli facciali che lo tradissero. Non si sentiva affatto in grado di controllarsi. 

«Non so davvero come abbia fatto Maddalena a non venire qui a passo di marcia a strozzare quel cretino

Sarebbe colpa mia, adesso? Ma era grato che la madre di Serena si fosse astenuta dall’attentare alla sua vita. Era bassa e mingherlina quanto la figlia era alta e prosperosa, ma gli faceva una paura del diavolo, con quello sguardo da rapace che ogni volta lo passava a fil di spada.

«Gli è andata bene, per come se l’è fatta sotto… e ora si mette a regalare peluche ad Alice! A che scopo, poi?»

«Ma che ne so! Volevo dirle di riportarglielo, ma lei in fondo non c’entra niente e se lui vuole buttare i suoi soldi così, che faccia pure.»

Dannazione! Perché stavano parlando di questo, adesso? E cosa gliene fregava, a lui, di Serena? Lei lo aveva lasciato! Non erano problemi suoi, se aveva deciso di tenere il bambino. Era stato chiaro da ben prima che andassero a vivere insieme, su cosa ne pensava dei figli, e lei aveva detto di essere d’accordo! Non era un problema suo, se lei aveva cambiato le carte in tavola. Ben le stava, se l’avevano mandata a casa con una pacca sulla spalla. Aveva fatto tutto lei! Non potevano farlo sentire in colpa, nossignore. E poi l’avrebbero licenziata in ogni caso, che lui ci fosse o no. 

«Ma quindi ora come sta?» tornò alla carica sua madre. 

«Sta che deve partorire a giorni e non avrebbe mai immaginato di ritrovarsi a trentadue anni a essere una madre single e disoccupata. Nicola è fortunato a non esserci, oggi, o era la volta buona che gli sputavo in faccia, a quello stronzo!»

«Angela…» intervenne Andrea. Ah, allora sapeva parlare! Era arrivato a convincersi che fosse muto, per quante poche volte lo aveva sentito dire qualcosa di più di “Buongiorno” e “Arrivederci”. Come uno così calmo fosse finito tra le grinfie di sua sorella restava un mistero, ma doveva essere l’ennesimo caso di opposti che si attraevano. 

«“Angela” niente! Tu non sei mica scappato, quando ti ho detto che ero incinta.»

«Non siamo tutti uguali, Angie.»

«E menomale! Un coniglio in famiglia basta e avanza.»

Coniglio io? Si guardò. Vuoi vedere che…? No, dai. Non era possibile. Si rifiutava di ammettere che le due cose potessero essere collegate. E poi, se anche quelle due avessero avuto ragione, cosa avrebbe mai potuto fare? Serena non lo avrebbe mai rivoluto nella sua vita e tornare da lei non le avrebbe fatto riavere il lavoro.

«Dovremmo farle una spesa di cose utili» suggerì Cinzia. «Tutine, pannolini… per caso ti ha detto di qualcosa che le serve in particolare?»

Angela sospirò. «No. Anzi, insiste a dire che ha già tutto e non le serve niente.»

«Dovremmo pur inventarci qualcosa, magari per il battesimo.»

Angela annuì. «Quella bambina non è neanche nata e già ha un mare di problemi.»

Bambina… aveva una figlia, quindi? No, no. Lui non aveva niente di niente. Con i bambini non aveva mai voluto avere niente a che fare e non si sarebbe lasciato coinvolgere solo perché si era rotto un preservativo. Era sempre stato fermo su quel punto e non poteva cambiare idea adesso, solo perché quella figlia ormai esisteva.

«NONNA!» 

Nicola quasi rischiò di ribaltarsi.

«NONNA, MA LE FRAGOLE?»

Sua madre e le sue sorelle si guardarono.

«ARRIVO!» Sua madre si alzò, le cacciò dal frigo e le mise in un bicchiere con un enorme cappello di panna.

Alice non attese che gliele portasse. Venne a prendersele da sé e lo guardò. Ci pensò su e, prese le fragole con una mano, lo acchiappò per il collo e se lo riportò in salotto. Se lo mise accanto, mentre mangiava senza fare davvero attenzione a cosa andava in tv.

Nicola la spiò. Sua figlia sarebbe stata come lei? Se avesse avuto modo di conoscerla, avrebbero legato? Come sarebbe stato, avere un demonio personale che lo chiamava papà? Se avesse strisciato abbastanza, Serena gli avrebbe permesso di dire la sua sul nome? E, soprattutto, perché di punto in bianco si faceva tutte quelle domande? Non aveva appena finito di dire che lui di pianti notturni e pannolini non voleva saperne niente e che si sarebbe accontentato di un cane, se le donne non lo volevano? Come mai aveva tutto quel sonno, poi?  Non aveva neanche mangiato, ma si sentiva pesante e sonnolento. La gonna a fiorellini di Alice sembrava perfetta come cuscino. Vi si appoggiò e si appisolò con le orecchie sugli occhi.

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Qualche nota sull’autrice

Giorgia nasce a Caserta nel 1992. Laureata in Filologia Moderna, ama il fantasy dai tempi di Harry Potter e la pietra filosfale. Pubblica storie su internet dal 2009 (prima su EFP e poi su Wattpad) e nel 2018 ha partecipato all’antologia per beneficenza Oltre le Nebbie del Tempo e si è iscritta al master SEMA dell’università Suor Orsola Benincasa, terminato con uno stage presso Fandango Libri.

Per conoscerla meglio: https://unaeditortralerighe.wordpress.com/

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Redazione
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