Chiacchiere d'Inchiostro, Racconti, Scrittura

Storia d’Estate: un racconto di L.E.A. Serra

Questo racconto fa parte della seconda call di Chiacchiere d’Inchiostro, un progetto pensato per dare spazio e visibilità alle voci degli autori emergenti. Per sapere come funziona e come partecipare al progetto, vi rimandiamo all’articolo di presentazione.

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È una sera fresca e tranquilla.

Onde ancora tiepide accarezzano languide la battigia, spinte da una brezza leggera come un sospiro che profuma di resina e sale. Del sole, da tempo tramontato, non rimane che il ricordo, ripreso dalle braci che rosseggiano, stanche ma soddisfatte, tra un circolo di pietre nella sabbia.

Il loro cupo lucore, assieme al più violento sfiammeggiare delle torce alla citronella, illumina una grande tavolata conferendo un aspetto da dipinto rinascimentale ai commensali, grevi di ombre e sguardi e gesti.

La cena è quasi terminata, ed è giunto il momento per i piccoli di assalire grandi coppe di gelato, per i grandi di sorseggiare da piccoli bicchierini gelati.

Solitamente è questione di minuti, poi i piccoli ritornano al loro moto browniano, i meno piccoli riconquistano la piazza e le sue conquiste, i grandi riprendono discussioni e invenzioni.

Questa sera però i cucchiai tintinnano esitanti, le labbra toccano appena i bicchierini, come per allungare il più possibile la vita di gelati e liquori fumanti di freddo. Questa sera, lo zio ha invitato un nuovo ospite.

È un uomo barbuto, con occhi chiarissimi e delle sopracciglia inclinate che gli danno un cipiglio perenne. In questo momento poi, son ancora più corrugate, al limite dell’ostilità.

«È la regola. L’ottava, credo. E in ogni caso il privilegio di cenare con cotanta compagnia…» Lo zio, teatrale come sempre, indica i commensali con un ampio gesto. «…ha un prezzo. Tutti l’hanno pagato, dico bene?»

Visi giovani e vecchi annuiscono. Molti sorridono, al ricordo di sere lontane nel tempo ma vicine al cuore. 

L’uomo si passa una mano sulla barba. Fissa un punto imprecisato. Sospira «E sia.»

Il mormorio di fondo sfuma nel respiro della notte, e i fondoschiena vengono sistemati più comodamente. Coppe e bicchierini vengono ricaricati.

«Ma vi avviso. Non sono un cantastorie.»

Lo zio fa spallucce. «Anche noi non siamo un sacco di cose. Non importa. Attorno a questa tavola ciò che conta è raccontare.»

L’uomo barbuto grugnisce.

«E allora vi racconterò una… storia. Vi parlerò di Enya. Non credo vi soddisferà.» Il tono è profondo e definitivo. Nessuno protesta, lo zio fa nuovamente spallucce. L’uomo barbuto allora chiude gli occhi e incomincia.

Ci fu un tempo, ormai dimenticato, in cui il mondo era giovane. Più piccolo, e più semplice di ora. Gli uomini non si ponevano complicate domande e, non avendo ancora scoperto il terrore e l’arroganza, discorrevano con le forze dell’universo, anch’esse ingenue e inesperte, come si fa con un amico, onorandole semplicemente col titolo di Signore.

Così Jegg, Signore della caccia, guidava frecce e lance, mentre Dourr dalle mani pesanti martellava la luce nella sua forgia tra le nuvole. Ajaha, amorevole Signora del focolare, insegnava come mescolare farina e acqua nelle giuste proporzioni, acché destasse l’attenzione di Lleyvin, che l’avrebbe reso gonfio e dorato. 

Molti erano i Signori e le Signore, e vari in aspetto e potere. Quattro tra i più potenti eran stretti da un legame particolare. Mi riferisco a Enya dalla pelle di bronzo, e Priya che la uccise, o così si temette per del tempo. Audynn, mesto di vesti e d’animo, e infine Ivarr il quieto.

Alcuni credevano che fosse il sangue a legarli, ma era in realtà il compito a unirli, poiché non avevan padre né madre ma facevan parte dello stesso ciclo senza fine.

Priya, dei quattro la più curiosa, esplorava senza sosta il mondo con uno sguardo azzurro come il cielo, mentre le sue bianche dita risvegliavano e plasmavano vita sempre nuova. Portava i capelli, neri come la notte, stretti in una lunghissima treccia il cui tocco faceva nascere gemme e virgulti da sassi e ceppi e terra morbida.

Tanto Priya era mutevole e irrequieta, costantemente in cerca di novità, quanto Enya era calma e metodica. Lavoratrice instancabile, ella si prendeva cura dei germogli appena risvegliati, e li nutriva e li gonfiava, affiché prosperassero e dessero frutti. Amava ridere, Enya, d’una risata crepitante, e possedeva braccia possenti, pelle e occhi bruniti, fiato e tocco e capelli egualmente ardenti. Gli uomini la tenevano in grande considerazione e la rispettavano profondamente, poiché aiutava a maturare le messi, e a irrigidire mattoni e costruzioni.

Veniva poi Audynn, segretamente e tragicamente amato da-

«Bahh, dai però!» sbotta un giovanotto. Sotto la pressione degli sguardi, spiega «È una storia d’amore!»

«Ma tutte le storie, sono storie d’amore…» dice una voce. 

«Non è una…» accenna un’altra. 

«…di male le storie d’amore?» s’inserisce una terza. 

Il giovanotto decide di rispondere all’unica domanda. «Sono noiose e banali» proclama con la granitica certezza che solo i dodicenni possiedono.

«Ma c’è una morte, almeno apparente» mormora l’uomo barbuto. «E un cuore tolto dal petto.»

Ora il giovanotto è più che curioso, attento. «E degli occhi estratti dal cranio, i suoi capelli tagliati via, e…»

«Wow, figata!» esclama il giovanotto, rapido all’entusiasmo quanto alla noia, e suggella la tregua scalpellando una scheggia di gelato.

L’uomo barbuto annuisce, e continua.

Audynn era il Signore del riposo e del raccolto. D’ocra d’occhi come di capelli, era tiepido e pacato. Amava dipingere le foglie di colori pastello, e farle turbinare a cavallo d’una brezza fresca, e ammucchiarle perché fossero cuscini e giacigli per bambini e amanti. Gli uomini credevano che ci fosse del tenero tra lui ed Enya, perché molte delle invenzioni di Audynn, come il vino e le conserve, si basavano sui frutti del lavoro della Signora, e tante feste e celebrazioni dedicarono al loro connubio. In realtà però, era il cuore di Priya a soffrire terribilmente. Ella infatti vedeva nella mitezza di Audynn un contraltare perfetto alla sua irrequietezza, e credeva che l’amore per il riposo di lui potesse stemperare l’energia di cui lei si sentiva carica. Anche per questo si prodigava per inventare fiori e cuccioli sempre più colorati ed elaborati da donare ad Audynn, ma questi sembrava nemmeno li vedesse, almeno fino a quando non giungeva Enya a maturarli, o spesso sfiorirli, col suo tocco di fuoco. 

Per del tempo, Priya si strusse senza nulla dire né fare, e il mondo continuò il-

«Che fine ha fatto il quarto signore?» protesta qualcuno. L’uomo barbuto fissa il critico ma, nonostante le sopracciglia inquietanti, non c’è rancore nel suo sguardo. Dopo qualche secondo di silenzio, riprende.

Ivarr era dei quattro, se non il meno amato, il più temuto dagli uomini. Suo era il compito di ripulire il mondo da esperimenti e tentativi mal riusciti per far spazio a nuove opere, rimuovere la vita debole e inadatta perché prosperasse quella forte e attiva. Grazie al suo operato, Priya poteva dipingere su una tela bianca, scolpire un ceppo intonso. Veniva rispettato, se non altro, ma in pochi osavano rivolgergli la parola.

Così il mondo crebbe florido, ma parimenti si acuì anche il turbamento entro Priya. 

Finché un giorno, dopo che ebbe visto l’ennesima sua creazione – un dente di cane d’un viola particolarmente delicato – disseccato dal passaggio di Enya, Priya decise di agire.

Mossa da un intento secondo molti privo di qualunque malizia, elaborò un piano che le avrebbe regalato la rivalsa nei confronti di Enya e al contempo conquistato l’attenzione di Audynn. Tale piano era semplice, forse perfino innocente, e consisteva nel generare così tanti germogli, così tanta nuova vita, da soverchiare le capacità di maturazione di Enya. Quest’ultima avrebbe quindi dovuto trascurarne una parte, che sarebbe arrivata immutata fino ad Audynn. Inoltre, Priya avrebbe così dimostrato a se stessa e a tutto il mondo d’esser capace di superare perfino Enya per quantità di risultati.

Si rimboccò quindi le maniche, e per giorni e settimane e mesi non fece altro che risvegliare semi e innalzare rampolli e unire vite. Qualunque forma di vita, per quanto piccola e insignificante, venne sfiorata dalla treccia di Priya o dalle sue bianche dita, che arrivarono nel più profondo dei mari così come sul cocuzzolo più alto.

Non si fermò fin quando non fu sull’orlo del collasso, e quando finalmente alzò lo sguardo e placò gli arti, una sconfinata platea di vita si stendeva in tutto il mondo. Più ampia e varia di quanto chiunque avesse mai non solo visto, ma persino immaginato.

Ed è qui che colpì la tragedia.

Quel che Priya aveva incorrettamente assunto, infatti, era che Enya fosse come lei; e in particolare che avesse il suo stesso interesse mutevole, la sua stessa attenzione facilmente dirottata. Era sua convinzione che Enya avrebbe abbandonato piantine e cuccioli senza troppi pensieri.

Ma Enya non era Signora da abbandonare un’impresa, per quanto impossibile potesse diventare, e quando scorse le innumerevoli e varie vite si sputò sulle mani, raccolse i capelli mossi in una crocchia sfolgorante, e si mise al lavoro.

Lavorò e lavorò, crescendo e maturando, appassendo e seccando. E tanta fu la fatica che iniziò ad appassire anche lei. Priya per prima, vedendo ciò, la esortò a lasciar perdere e riposarsi, imitata poi anche dagli altri. Ma Enya sempre rifiutò ridendo, ripetendo che avrebbe riposato non appena maturato l’ultimo frutto.

Continuò quindi a lavorare senza sosta, imponendosi ritmi tanto crudeli e sfiancanti che perfino gli uomini, pur riconoscenti per il raccolto senza limiti, si preoccuparono, immaginando un mondo senza più Enya e scoprendo così il terrore.

Il tempo passò, Enya lavorò, e infine ogni singola vita creata da Priya venne cresciuta e maturata. Enya però era diventata l’ombra di se stessa, e il sorriso era felice ma tirato quando sussurrò che avrebbe fatto un pisolino. Si distese quindi su un divano, e mai più si rialzò.

Non morì, naturalmente, poiché una Signora non può morire, ma smise di esser viva nel senso che gli uomini danno alla parola. La sua simil morte fu un evento tanto profondo che scosse le menti e i cuori di tutti, Signori e uomini, e riverberò per i millenni, ispirando e suggerendo dipinti e canzoni. Un certo Frederic Leighton è un esempio di questa risonanza, col suo Flaming June che pur non avvicinandosi alla reale beltà di Enya, ne cattura in parte la pace e la stanchezza.

Immenso fu il dolore dei tre Signori rimanenti, Priya compresa, che non desiderava far del male ma solo esser notata, e parimenti sconfinato fu lo sgomento degli uomini.

Infatti, anche dopo che Audynn ebbe impiegato molto tempo a smaltire tutti i frutti di Enya, che Ivarr ebbe ripulito i rimasugli e che Priya ebbe creato pochi nuovi germogli, nessuna mano giunse a sostenerli, e rimasero verdi e teneri.

Anche se le scorte erano tante, e i granai non erano mai stati così pieni, gli uomini si sentirono turbati e perfino traditi. Innalzarono accorate preghiere per richiamare la Signora e, vedendo che non sortivano effetto, presero a studiare metodi per far a meno del suo influsso, scoprendo così anche l’arroganza.

I Signori dal canto loro non risparmiarono energie né lacrime, e fecero innumerevoli tentativi di destare Enya, purtroppo invariabilmente vani.

Una sera, però, giunsero tre viandanti alla corte dei tre Signori. Uno era nano e parlava molto, uno era uomo e ascoltava tanto, uno era gnomo e ragionava troppo. I tre avevano sentito parlare del problema, e si offrirono di studiarlo in cerca di una soluzione. I Signori a quel punto avevano esaurito le idee, ed erano doppiamente rattristati dall’assenza della loro compagna e dall’insofferenza degli uomini, che sopravvivevano tra mille difficoltà. Accettarono quindi la proposta dei viandanti, e diedero loro libertà di azione e di spostamento in tutto il mondo.

Questi osservarono, tastarono, misurarono, e discussero e litigarono e ragionarono. Per tre mesi e tre settimane e tre giorni lavorarono alacremente, quindi convocarono i tre Signori.

Al loro cospetto i tre viandanti decretarono di possedere una soluzione.

I Signori ne furono deliziati, ma i viandanti dissero che la procedura non sarebbe stata semplice né reversibile. Il nano avvisò inoltre che sarebbe stata terribile, l’umano riconobbe che sarebbe stata inevitabile, e lo gnomo affermò che sarebbe stata divertente.

I Signori ponderarono queste parole, ma presto annuirono gravemente. 

I viandanti quindi fecero portare Enya in una sala di loro concezione, e iniziarono una macabra procedura.

Per dirla senza giri di parole, fecero a pezzi Enya.

Ma non come un macellaio squarta un vitello, anzi, agirono con più cura di un orologiaio che smonta un meccanismo. Separarono delicatamente occhi, capelli, e altri mille frammenti della Signora, e con altrettanta delicatezza li infusero nel mondo.

Il bronzo dorato dei capelli misero nelle spighe di grano, acché potessero nuovamente agitarsi nel vento caldo. Lo sfolgorio degli occhi trasferirono nel sole e nei fiori, perché mondo e uomini potessero riscaldarsi col suo sguardo, e chi non ci crede basta che osservi una gaillardia. Frammenti della risata di Enya divennero il frinire dei grilli, e il suo soffio caldo venne aggiunto al vento. Il suo cuore infine, estratto dal petto come fosse una sacra reliquia, venne rarefatto e posto in tutti i luoghi del mondo, ma in maniera tale che stesse sempre a metà fra Audynn e Priya, e riscaldasse terra, aria e acqua, dopo il passaggio della Signora e prima che arrivasse il Signore, ricostruendo così il ciclo interrotto.

E anche se può sembrare una crudele dissacrazione del corpo di Enya, la procedura fu un glorioso successo.

Anche se non in forma umana, infatti, Enya riuscì a tornare nel mondo, e a riprendere il suo lavoro. I germogli tornarono a maturare, gli alberi a dar frutti, le verdure a gonfiarsi. Gli uomini inizialmente furono sorpresi e confusi nel sentire come un’eco della Signora tra lo stormire delle spighe e il canto dei grilli, ma non ci fecero troppo caso, poiché il loro sapere aveva già molto smussato i loro sensi.

Cionondimeno, i Signori riconobbero la validità dell’operato dei viandanti. Gli accordarono la loro riconoscenza e gli chiesero di nominare la loro ricompensa. Il nano declinò poiché non desiderava nulla che i Signori potessero dargli, l’umano rispose che gli era bastato sentire, e lo gnomo disse che aveva già preso tutto ciò di cui abbisognava. 

I Signori congedarono quindi i viandanti, e tornarono alle loro esistenze. 

Erano sollevati di poter nuovamente percepire la loro compagna all’opera, almeno in parte, ma non riuscirono a ritornare gli stessi di prima. Priya continuava a risvegliare nuova vita, ma in maniera assente, poco creativa, e sempre più si rifugiava tra le profondità della terra, o si copriva di spessi strati di legno e pelliccia, riemergendo periodicamente. E anche Audynn prese a passare sempre più tempo tra le foglie e nelle cantine. 

Col tempo, anche loro si denudarono della loro forma umana, imparando lentamente come infondersi nel mondo, e approssimandosi sempre più all’esistenza eterea di Enya. 

Gli uomini dal canto loro progredirono per la loro strada. Smisero di chiamare i Signori per nome, iniziando da quelli minori e meno appariscenti, ma sfruttando l’intelletto ne imbrigliarono le forze in maniera sempre più stretta.

In entrambe le parti nacque e crebbe il disinteresse, e in qualche occasione brillò perfino l’ostilità, finché gli uomini presero a ignorare i Signori, e i Signori gli uomini.

Ad eccezione di Enya però, i Signori rimasero comunque in grado di assumere forma d’uomo, in quelle rarissime occasioni che decidevano di farlo, e qualche uomo mantenne la capacità e la volontà di percepirne la presenza.

È infatti nient’altri che Dourr, detto prima Thor e poi tuono, che alle volte mostra il suo faccione nelle nuvole temporalesche. E ogni tanto qualche cacciatore scorge tra i cespugli l’ombra di Jegg, così come Ajaha danza per un istante tra le fiamme dei focolari fortunati.

Questo perché ignorare non significa dimenticare, e agli uomini che non han perso l’innocenza dello sguardo e che riescono per un momento a mettere da parte l’arroganza del sapere, è comunque sempre concesso di percepire l’eco di un Signore. A voi perfino dovrebbe ora esser chiaro quali sono i nomi con cui ora vengono chiamati i quattro protagonisti di questa storia…

«Son le stagioni!» esclama una piccola, tanto giovane quanto perspicace. 

«Terribilmente scontato e banale» protesta qualcuno, subito zittito dallo zio, che ordina di ricordare la regola numero quattordici. «Nessuna critica non richiesta» mormora il qualcuno abbassando lo sguardo, aggiungendo perfino una scusa sussurrata.

«Enya è l’estate, vero? E Audynn l’autunno. Suona uguale» ritorna all’assalto la piccola. «Giusto?»

Ma l’uomo barbuto ha abbandonato il suo posto. Cammina sulla battigia, un puntino lontano, e la luce lunare gioca strani scherzi riflettendosi sull’acqua scura, dando come l’impressione che gli danzi attorno.

«Oh» mugugna triste la piccola, ma gli altri non condividono il sentimento, e si sentono anzi sollevati. Dopotutto la sera è calda e profumata, lo sciabordare delle onde lento e delicato come un respiro, la luna alta nel cielo. Il gelato è oramai sciolto, la palpebra pesante, e la cena, forse molto più della storia, appropriatamente conclusa.

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Qualche nota sull’autore

L. E. A. è una persona molto riservata, preferisce parlare di concetti astratti e mondi fantastici più che di sé, e tende a lanciarsi in imprese che alcuni direbbero discutibili (come rileggere per l’ennesima volta le opere di Tolkien, Silmarillion compreso). È un orgoglioso oristanese.

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